La damigella beata si sporse
Dalla ringhiera d’oro del cielo,
E nell’abisso lo sguardo rivolse
Fondo com’acqua calma per gelo:
Tre gigli candidi in mano, e raccolte
Sette lucenti stelle sul velo.
 

Non a ricami di fior, dalla fibbia
All’orlo estremo fluente, la pura
Veste; ma, simbolo sacro, una nivea
Virginea rosa sulla cintura,
E giù per gli omeri, fulgida e libera,
La chioma d’oro: messe matura.
 

Pareale d’essere appena da un giorno
Fra i cori angelici salita a Dio;
Il suo stupor diffondevasi intorno
Dalle pupille velate d’oblio;
Ma da molti anni passato era il giorno
Ch’ella partendo ci disse addio.
 


(Per uno solo son tanti e tant’anni !..
Eppur mi sembra, dolce conforto,
Ch’ella, venuta a lenire i miei affanni,
La chioma bionda qui sul mio volto...
... oh no! le foglie – perché mai t’inganni? –
cadono e l’anno quasi è rimorto).
 


Della celeste dimora allo spalto
Agile e dritta si protendeva,
Perché, costrutto di limpido smalto,
Di sull’abisso quello s’eleva
Dove incomincia lo spazio, e sì in alto
Che il sole a stento ella vedeva.
 


Esso sta in ciel come un ponte su lucide
Maree fluttuanti d’aria chiara,
Che con alterno fluire di luci
Il vuoto spazio oscura e rischiara
Dove la terra volteggia con truci
Sbalzi, stizzosa come zanzara.
 


Là, ritrovatisi alfine gli amanti,
Sempre assetati d’eterno amore,
Si ripetevano i nomi rimpianti
E dolcemente chiusi nel cuore;
E, risalendo all’eterno, davanti
A lei passavano fiamme d’amore.
 


Ed ella, sempre chinandosi altera,
Il seno angelico nel velo bianco,
Fino a che tepida fu la ringhiera
Fuori si sporse da quell’incanto;
I gigli languidi, come di cera,
Giacquero lunghi sul braccio stanco.
 


E da quell’angolo immoto del cielo
L’impetuoso tempo pulsante
Vide tra i mondi; e a scrutar nel sentiero
Giù nell’abisso lo sguardo anelante
Spinse ed alfine parlò: per il cielo
Così cantavano le stelle sante.
 


(Svanito il sole, falcata e tremante
Come una piuma languida e snella
Nell’alto baratro cupo, un istante
La luna apparve.) La sua favella
Nell’aria calma scendeva ondulante
Come di tremula fulgida stella.

(Oh! non cercavano a volte gli accenti
Suoi, d’un uccello nel dolce pianto,
Di farsi udire da me? E impazienti,
Delle campane sull’alto canto,
A me non vennero i piedi lucenti
Di lei per una scala d’incanto?)
 

 

«Non è venuto», dicea, «nella spera
Che dovrebb’esser nostra dimora!
Signor, Signore! una sola, preghiera
Non è la nostra? non prega ognora
Là sulla terra anche lui? o dispera?
Quale ansïosa pena m’accora!

«Biancovestita, la chioma splendente
Sotto l’aureola radiosa d’oro,
Lo condurrò sotto l’Alta Sorgente
Di questa nostra fiumana d’oro;
E, discendendo la viva corrente,
C’immergeremo nei raggi d’oro.

«Ci fermeremo giocondi nell’ombra
Del vivo mistico albero ardente,
Dove talvolta la Sacra Colomba
Di tra le foglie occulta si sente,
Quando il Suo Nome, stormendo nell’ombra,
Dicon le foglie distintamente.

 

E canteremo con voci soavi
Melodïose dolci canzoni,
Finché, smorzandosi le note gravi
E lente, tra costellazioni,
Ad ogni pausa, gli occhi sempre avidi,
Avremo sempre nuove visioni».

(Noi due? Considera! Tale speranza
Esser dovrebbe tuttora mia;
Ma sollevare all’eterna esultanza
Vorrà il Signore l’anima mia
Che solo aveva con te somiglianza,
Pel solo amore di te così pia?)

«Vedremo estatici per meraviglia,
Le ancelle della dolce Maria,
Che la circondano, basse le ciglia,
Cinque bei nomi in sinfonia?
La Maddalena, Geltrude e Cecilia
E Margherita e Rosalia.

«Sedute in circolo, soavi e candide,
Ben ravviate e inghirlandate,
Tessono il filo (con vesti fiammee)
D’oro, a foggiarne le desiate
Vesti di nascita per tutte l’anime
Che, morte al mondo sono qui nate.

«Ed egli tacito e timido in cuore,
Vedrà le gote mie rifiorire,
Quand’io parlare oserò dell’amore
Che mai una volta dovè arrossire.
La dolce Vergine Madre d’Amore
Certo approvando lui farà dire.

«E noi seguendola, beati e muti,
Andremo dove, nello splendore
Chine le innumeri fronti di luce
Aureolate, presso al Signore
Stan tutte l’anime. Cetre e liuti
Riecheggeranno canti d’amore.

«Quivi, prostratami al Sommo Amore,
Io chiederò, per noi due insieme,
Solo una grazia: Viver d’amore;
E se nel mondo non fummo insieme
Che per un attimo, viver d’amore
Ora e in eterno, per sempre insieme!»

Disse, e chinatasi, stette in ascolto,
Poi mesta e calma anch’ella ammise:
«Quando venuto sarà, tra non molto!»
Tacque ed a lei fulgido arrise
Un volo d’angeli rapido e folto.
Gli occhi, preganti ella sorrise

(Oh, il suo sorriso!) La fulgida traccia
Dei luminosi angeli pii
Svanì. Riapparvero bianche le braccia
Sulla ringhiera d’oro. Sentii
Che, tra le mani nascosta la faccia,
Ella piangeva... (Le lacrime udii.)

 

 

 

Traduzione di Francesco Gargao (da La Rosa nel Vento, Città di Castello, Il Soleo, 1955)

 

La damigella beata (The blessed damozel) fu pubblicata per la prima volta nel 1850 su The Germ, la rivista dei Preraffaelliti,

e successivamente, riveduta e corretta, nell’opera “Poems” del 1870.

Immagine: The blessed damozel (1875-8), dipinto con il quale Dante Gabriel Rossetti illustrò la sua Damigella beata.

Musica di sottofondo: La damoiselle élue (1889), cantata per soprano, coro femminile e orchestra di Claude Debussy,

basata sui versi di Dante Gabriel Rossetti, nella traduzione francese di Sarrazin.

La versione integrale qui proposta è eseguita da Barbara Hendricks (soprano), Jocelyne Taillon (soprano),

accompagnate dall’Orchestre de Paris diretta da Daniel Barenboim (1980).

 

Elaborazione grafica a cura di Poesie in forma di rosa

   

                      

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