Il viso amato

 

di  Ercole Ugo D’Andrea

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalla nostra grezza opacità,

onda scialbata, minore, traspare

come può, almeno una volta e sempre,

il viso amato, rassegnato

alla mineralità della sua morte di rosa,

e neppure lo nomino perché

parente è all’angelo povero

e neppure tu lo leggi fra le righe

questo sonno di giada

perché oscuro è l’evento del morire

alla propria sopravvivenza irritata.

Così resta oscurissimo fiore

inerpicato su burroni celesti

e se esce da queste grate

si ferisce le mani, l’anima.

 

Dalla raccolta “Fra grata e gelsomino”, Garzanti 1990

Immagine: “Lanterna” (1977), di George Tooker

 

 

Intervista ad Ercole Ugo D’Andrea

realizzata da Francesco Rizzo,

registrata su nastro nell’aprile del 2002.

Nell’agosto dello stesso anno il poeta salentino muore.

Era nato a Galatone (Lecce) nel 1937.

 

 

 

I libri di Poesia:

“Ercole Ugo D’andrea: Fra grata e gelsomino”

di Silvio Ramat

(da Poesia - Mensile di cultura poetica - Anno IV - Luglio/Agosto 1991, N. 42)

 

 

Dai primi documenti che ne conobbi, sulla metà degli anni ’60, la matrice simbolista della poesia di E. Ugo D’Andrea (salentino, classe 1937) mi parve articolarsi e addomesticarsi in una religiosità alla Betocchi, parca e umilmente confidenziale, disposta alle minute allegrezze creaturali. Dovrei ormai rivedere quel giudizio, tante correzioni sono state affidate a raccolte intermedie, fino a La confettiera di Sèvres uscita nell’’89 presso Lacaita. La correzione riguarda soprattutto il senso del tragico, una immanenza del tragico nelle giornate di D’Andrea e nelle carte ch’egli ne desume, a quel che dimostra adesso Fra grata e gelsomino. Dove non vibra se non sotterraneamente, o meglio non sussiste se non per una profonda intesa sui massimi archetipi, segnatamente quello materno, l’appello al nume, o lare, al quale D’Andrea si dichiara legato dai più schietti e spontanei vincoli di dedizione, Mario Luzi.

Qui, mentre domina, presenza in campo o richiamo indefettibile, la “madre immortale”, “madre del basilico e della menta”; e intanto che la Città delle tre Porte, la barocco-funerea Lecce cantata già da Vittorio Bodini, dispiega le sue ali raggianti e le sue ombre tristi fin quasi al nido e nucleo tuttora inviolato che il titolo Fra grata e gelsomino stilizza in una sua identità reclusiva e fiorita insieme, – qui emergono con più evidenza altri nutrimenti, i classici del Moderno, da Rilke a Machado, da Ungaretti a Lorca (“Spicco frutti d’oro / da un’anca di stelle”!).

Il canto risulta sacrificato, segmentato ora ad arte ora per un’avvertita impossibilità (“dispnoica”, si direbbe seguendo un’indicazione specifica dell’autore) a emettere il respiro pieno e lungo. Sul piano psicologico, a distinguere questa raccolta, interviene poi un’impazienza amara, una reattività che può dare addirittura in paradossi contigui alla cifra-Caproni (“quel nulla fiorito […] / in cui non ero entrato, / da dove non sono uscito”).

Un’educazione intellettuale ed emotiva costringe qualsiasi circostanza, i patemi e i nonnulla, a rapportarsi comunque ai Valori Finali e Originari: è giocoforza allora che cose e situazioni diventino pretesti a una lettura simbolica dell’essere. Ma sono appunto gli esiti di una convinzione teleologica mai tradita: D’Andrea saprebbe tracciare benissimo idilli coloriti, accontentarsene, eppure non lo fa. Un meccanismo deduttivo innalza subito occhiata e fantasia al di sopra del grado della nominazione istintiva. “Sono in una boccia colorata, in un acquario. / Nuoto nel mio elemento. / Che non è l’acqua, no. / E neanche penso all’aria, / alla terra, al fuoco. / È men che tanto, è men che poco. / È un guizzo lento, quasi / obbligata sosta: / fra il corallo e l’ostia”.

Non potevano mancare, su queste premesse, i soprassalti del prediletto impianto egotico-sacrificale; ma la prima persona, in questo libro, esercita solo una sorta di reggenza in nome e per conto dell’Unica autorizzata davvero a regnare: la Madre, che ha ancora lei “il governo della casa” e che, nei racconti offerti al figlio-poeta, “lungamente divaga. / Prima di non morire”. “Icona profonda”, ella incarna sì la virtù dedizione, il sublime familiare, ma certo suo parlar basso e donnesco (“– Sono dimagrita, / mi cadono gli anelli / dalle dita”) ne fa anche un personaggio insidiato e insicuro, memorabile al pari di altre non frequentissime figure vive che la poesia del secolo ha saputo trarre dal marmo refrattario e retorico della Maternità.

 

 

Elaborazione grafica a cura di Poesie in forma di rosa

 

               
Torna a Speciali ~ Menu principale