Scacchi & Poesia

di

Lucio Teini

 

Un aspetto meno studiato, ma di sicuro spessore, del rapporto fra il gioco degli scacchi e l’arte è rappresentato dalla poesia, che non è certo rimasta insensibile ai richiami del “nobil giuoco”.
Gli evidenti richiami e riferimenti delle pedine con le vite degli uomini non potevano sfuggire a poeti di tutte le ere e nazionalità (ma a sorpresa con prevalenza italiana!), che infatti spesso e volentieri hanno dedicato a questo gioco una citazione, se non proprio una poesia. Ecco una breve e tutt’altro che esaustiva carrellata.
 

Si inizia dal XII secolo, quando il grande filosofo, matematico, astronomo e poeta persiano Omar Khayyám (1048-1123) scrisse il «Rubaiyyát». In realtà quest’opera resta nebulosa, a causa della sua antichità, ed anche la paternità non è provata oltre ogni dubbio. Il termine persiano significa "quartine", ed è proprio con il nome “Quartine” che viene spesso pubblicato in italiano.
In esso troviamo ben due quartine dedicate al nobil giuoco: eccole di seguito.

 

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O tu, la cui guancia è ricalcata sulla rosa,
il cui volto è fuso sul modello delle bellezze della Cina!
O tu, il cui languido sguardo dà scacco al re di Babele
senza cavallo e torre, alfiere e pedina e regina!

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Sotto specie di verità, non di metafora,
noi siamo dei pezzi da gioco, e il cielo è il giocatore.
Giochiamo una partita sulla scacchiera della vita,
e ad uno ad uno ce ne torniamo nella cassetta del Nulla.
 


Entrambe sono tradotte da Francesco Gabrieli, e va fatto notare che il numero riferito alle quartine purtroppo spesso muta da edizione in edizione, sia in italiano che in altre lingue, rendendo difficoltosa l’identificazione di questi versi.
Va prestata particolarmente attenzione alla seconda quartina, il cui tema (Dio gioca a scacchi con noi, che siamo sue pedine) verrà non solo ripreso da Borges in poesie e saggi, ma già nel 1615 dovette ispirare Cervantes, che nel suo “Don Chisciotte de la Mancia” fa dire ad un personaggio: «mentre dura la partita ogni pezzo ha il suo offizio, ma terminata che sia, tutti si mescolano, si uniscono, si mutano e si cacciano in una borsa; ch’è lo stesso come la comparazione della vita che termina nella sepoltura».

Il gioco degli scacchi (1896), di Ludwig Deutsch

 

 

Con un salto di circa un secolo, incontriamo Poggio Bracciolini (1380-1459), storico ed umanista toscano che ci ha lasciato una poesia scacchistica all’interno della sua antologia «Sonetti dedicati a Lena Fornaia»:

 

 

Su lo scacchier di questa nostra vita
Fortuna ordinatrice i pezzi pone
Re, Cavalli ed Alfier altri prepone;
Bassa di Fanti a piè turba infinita.

Segue il conflitto, ogni campion s’aita
Qual abbatte e qual muor nell’ampio agone,
Qual è vittorioso e qual prigione,
Ma la guerra in brev’ora ecco finita.

E gli scacchi riposti entro un vasello
Le lor condicion tosto cangiando
Restan confusi i vincitor coi vinti.

Strana mutazion sossopra in quello
Vedi l’infimo addosso al venerando
E le Lene Fornaie à Carli Quinti


 

Come si vede, oltre che finire tutte insieme dopo la partita, le pedine si mescolano e, come nella famosa Livella di Totò, un nobile può ben finire accanto ad un poveraccio!

I giocatori di scacchi (1670), di Cornelis de Man

 

 

Ancora un altro secolo circa, ed incontriamo un altro italiano, Pier Francesco Giambullari (1495-1555), toscano anch’egli, canonico e bibliotecario Biblioteca Laurenziana della famiglia Medici (che a tutt’oggi vanta la principale raccolta di manoscritti del mondo!).
Scrisse eminenti saggi storici, ma in gioventù si era dato alla poesia, con i suoi
“Canti carnascialeschi”. Nel 1820 la stamperia Magheri di Firenze dà alla luce un volume intitolato «
Poesie inedite di Pier Francesco Giambullari»: se le poesie raccolte fossero davvero rimaste inedite per trecento anni, non è dato saperlo, ma comunque ci si trova un gustosissimo Sonetto degli scacchi:
 

Simile è l’amor mio di Scacchi al gioco,
Ov’i molti pensier scusano i fanti,
E i rocchi poi, che stan sovra i duo’ canti
L’opra, e la volontà san con che io gioco;
Dei Cavalier, che stan raro in un loco
Speranza è l’un, la morte degli amanti;
Gelosia l’altro, pien di angustie, e pianti,
Gli Alfier, tema, e desìo sembran non poco.
La donna il piacer è, che tutto guida,
Il Re l’almo, che star debbe nascosto,
O scoprirsi non mai senza bel tratto.
Dice scacco il desire, alla cui sfida
Ho ben più volte una pedona opposto;
Ma la donna, e ’l caval poi lo fan matto.

 

Ferdinando e Miranda giocano a scacchi (1871),

di Lucy Madox Brown

 


Ancora circa cento anni e a Napoli incontriamo Giambattista Marino (1569-1625), che proprio due anni prima di morire pubblica a Parigi «
L’Adone», poema mitologico scritto in ottave e diviso in venti canti, che narra dell’amore fra la dea Venere e il principe Adone. Nel primo canto (vv. 120-137) si racconta dell’educazione del principe, ma soprattutto si descrivono in chiave poetica le regole degli scacchi!

 

Sessanta quattro case in forma quadra
Inquartate per dritto e per traverso
Dispon per otto vie serie leggiadra,
Ed otto ne contien per ciascun verso.
Ciascuna casa in ordine si squadra
Di spazio egual, ma di color diverso,
Che alternamente a bianco e brun distinto
Qual tergo di dragon tutto è dipinto.
Scambievolmente al bianco quadro il nero
Succede e varia il campo in ogni parte
Or qui potrai, quasi in agon guerriero
(Disse la Dea) veder quanto può l’arte,
Dico di guerra un simulacro vero,
Ed una bella immagine di Marte,
Muovere assalti, e stratagemmi ordire,
E due genti or combattere or fuggire.

 

 

Per ovvi motivi di spazio qui si riporta solo l’inizio del brano dedicato agli scacchi, in un raro adattamento del 1796.

*Per leggere un ampio estratto dell’opera clicca qui*

Marte gioca a scacchi con Venere (1630),

di Alessandro Varotari detto il Padovanino

 


Con un salto di quasi due secoli ci ritroviamo a Verona nel 1822, dove viene pubblicato il poemetto «Il giuoco degli scacchi» a firma di Ascanio Morosini, molto citato all’epoca per la sua
“fatica poetica”, ma di cui oggi è difficile trovare informazioni. Il poemetto narra l’origine del gioco degli scacchi, che l’autore immagina svoltasi fra gli dèi dell’Olimpo.
Anche qui, per motivi di spazio (il poema è incredibilmente lungo!) si riportano solo i primi versi:
 

 

Le gran battaglie io canto, e l’alte imprese
Di due Re che per gioco armati fanno,
Figurando gli assalti, e le difese,
E gli ordin che ne’ campi usati vanno.
Non per odio od invidia han l’armi prese:
Ma sol per laude, e desiderio ch’hanno
Di combatter fra lor con finte schiere,
Per mostrar lor virtù, lor gran sapere.

Seriade Ninfe dite questa guerra,
Di cui mai si cantò, né disse pria;
Ma ben ch’orma o sentier non veggia in terra,
Pur giova andar dove il furor m’invia.
Mostrate dunque voi (se il mio ingegno erra)
Audace forse la secreta via
Voi in questa incolta, e già diserta valle
Facil fate, o mie scorte e aperto il calle.

 

*Per leggere il poemetto in versione integrale clicca qui*

Il gioco degli scacchi (1907), di John Singer Sargent

 

 

Un “piccolo” salto di un altro secolo e siamo nel 1939, ed Eugenio Montale (1896-1981) pubblica «Le occasioni», che raccolgono la poesia “Nuove stanze”:

 

Poi che gli ultimi fili di tabacco
al tuo gesto si spengono nel piatto
di cristallo, al soffitto lenta sale
la spirale del fumo
che gli alfieri e i cavalli degli scacchi
guardano stupefatti; e nuovi anelli
la seguono, più mobili di quelli
delle tua dita.

La morgana che in cielo liberava
torri e ponti è sparita
al primo soffio; s’apre la finestra
non vista e il fumo s’agita. Là in fondo,
altro stormo si muove: una tregenda
d’uomini che non sa questo tuo incenso,
nella scacchiera di cui puoi tu sola
comporre il senso.

Il mio dubbio d’un tempo era se forse
tu stessa ignori il giuoco che si svolge
sul quadrato e ora è nembo alle tue porte:
follia di morte non si placa a poco
prezzo, se poco è il lampo del tuo sguardo
ma domanda altri fuochi, oltre le fitte
cortine che per te fomenta il dio
del caso, quando assiste.

Oggi so ciò che vuoi; batte il suo fioco
tocco la Martinella ed impaura
le sagome d’avorio in una luce
spettrale di nevaio. Ma resiste
e vince il premio della solitaria
veglia chi può con te allo specchio ustorio
che accieca le pedine opporre i tuoi
occhi d’acciaio.

Giocatrici di scacchi, di René-Georges-Hermann Paul (1864 - 1945)

 

 

Negli stessi anni, dall’altra parte del mondo però, il rivoluzionario e poi primo ministro vietnamita Ho Chi Minh (1890-1969) finisce in carcere. Passerà due anni da prigione a prigione, malato e piegato psicologicamente: il risultato di quel calvario saranno un gruppo di poesie (di solito chiamate «Poesie dal carcere»), fra cui una scacchistica!
 

Per occupare il tempo, ci si allena agli scacchi.
Pedoni e cavalieri di continuo si affrontano.
Ripieghi in un attimo, in un attimo attacchi:
piede veloce, cervello pronto, son le cose che contano.

Larghezza di vedute e cura del dettaglio!
Premere senza tregua, risoluto e tenace.
A che servon le Torri se il Re è preso al bavaglio?
Può vincer la partita un pedone audace.

L’equilibrio iniziale rende incerto lo sblocco:
ma la vittoria infine da una parte si piega.
Prepara bene i colpi, tieni saldo l’arrocco,
forse in te c’è la stoffa di un grande stratega.

La partita a scacchi (1943), di María Elena Vieira da Silva

 

 

Nel 1960, a Buenos Aires, esce «L’Artefice», antologia di Jorge Luis Borges (1899-1986) che raccoglie saggi e poesie, fra cui una sua famosissima composizione: “Scacchi” (traduzione di Francesco Tentori Montalto)

 

I

I giocatori, nel grave cantone,
Guidano i lenti pezzi. La scacchiera
Fino al mattino li incatena all’arduo
Riquadro dove s’odian due colori.

Raggiano in esso magici rigori
Le forme: torre omerica, leggero
Cavallo, armata regina, re estremo,
Alfiere obliquo, aggressive pedine.

I giocatori si separeranno,
Li ridurrà in polvere il tempo, e il rito
Antico troverà nuovi fedeli.

Accesa nell’oriente, questa guerra
Ha oggi il mondo per anfiteatro.
Come l’altro, è infinito questo giuoco.

 

II

Lieve re, sbieco alfiere, irriducibile
Donna, pedina astuta, torre eretta,
Sparsi sul nero e il bianco del cammino
Cercano e danno la battaglia armata.

Non sanno che la mano destinata
Del giocatore conduce la sorte,
Non sanno che un rigore adamantino
Governa il loro arbitrio di prigioni.

Ma anche il giocatore è prigioniero
(Omar afferma) di un’altra scacchiera
Di nere notti e di bianche giornate.

Dio muove il giocatore, questi il pezzo.
Quale dio dietro Dio la trama ordisce
Di tempo e polvere, sogno e agonia?

 

L’inizio del quint’ultimo verso, «(Omar afferma)», è un chiaro richiamo a quell’Omar Khayyám tanto amato dall’autore: così come l’ultima terzina è una riproposta di una quartina del Rubaiyyát presentata più sopra.

Scacchi (1922), di Norah Borges (sorella del poeta)

 

 

Finiamo nel 1971, quando Gesualdo Bufalino (1920-1996) dà alle stampe la sua opera più conosciuta, «La diceria dell’untore», iniziata circa vent’anni prima. All’inizio del progetto, l’autore aveva pensato di introdurre i vari capitoli con una poesia, ma in seguito per motivi editoriali l’idea venne accantonata. Nelle edizioni più recenti, però, in appendice sono state ripresentate queste poesie, e fra di loro ce n’è una scacchistica:

 

Sulla usata scacchiera
enumeriamo i loschi personaggi,
gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,
logori lindi scheletri di bosso,
unghia contr’unghia di sterile luce,
dove il sangue s’inerpica a squillare:
e tu, spettro monotono, mio re,
chiuso fra quattro lance
d’infallibili alfieri,
vestito di rosso broccato,
mio scabro Cristo chiodato, mio re,
in un angolo, matto come me.

Scacco e Matto (c. 1937), di René Magritte

 

Ovviamente questa breve rassegna, ripetiamo, è tutt’altro che esaustiva e ci saranno sempre, nascoste in innumerevoli antologie, poesie dedicate al “nobil giuoco”: si tratta solo di scoprirle!

 

Lucio Teini

 

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