Il giuoco degli scacchi

 

 

~ poemetto ~
 

 


di Ascanio Morosini

 


 

Poema edito a Verona nel 1822 dalla Tipografia di Pietro Bisesti. La presente edizione è tratta da una copia donata l’8 novembre 1939 da Silas W. Howland alla Harvard College Library, e da quest’ultima digitalizzata e resa pubblica.

 

 

Le gran battaglie io canto, e l’alte imprese
Di due Re che per gioco armati fanno,
Figurando gli assalti, e le difese,
E gli ordin che ne’ campi usati vanno.
Non per odio od invidia han l’armi prese:
Ma sol per laude, e desiderio ch’hanno
Di combatter fra lor con finte schiere,
Per mostrar lor virtù, lor gran sapere.

Seriade Ninfe dite questa guerra,
Di cui mai si cantò, né disse pria;
Ma ben ch’orma o sentier non veggia in terra,
Pur giova andar dove il furor m’invia.
Mostrate dunque voi (se il mio ingegno erra)
Audace forse la secreta via
Voi in questa incolta, e già diserta valle
Facil fate, o mie scorte e aperto il calle.

Per gioco sì bello, e sì gentile
Prima leggiadre Ninfe ritrovaste,
E cantando di lor con vago stile
Giocar prima in Italia n’insegnaste
Però tutto divoto, e tutto umile
Chiamo voi Ninfe graziose e caste
In ricordanza sol di quella bella
Scacchide Ninfa già vostra sorella.

Giove lasciando la celeste corte
A spasso andò fin all’Etìopa sede,
E alli Menonj campi, ove consorte
Dovea la terra aver per sua mercede
Il padre Oceano; e quivi oneste e accorte
Ninfe, ed intorno stan cantando vede
Tutti insieme del Ciel gli allegri Dei
Il dolce amore e i suoi lieti Imenei.

Come ebber del mangiar la voglia estinta
Le superbe e magnifiche vivande,
Che si porti una tavola dipinta
Par che l’Oceano in fra quei Dei comande;
Acciò non stia la mente in ozio avvinta:
Ma quel giorno in piacer tutto si mande,
In cui con bella, e ben ordinat’opra
Sessanta e quattro seggi appajon sopra.

È quadro il legno, e tal che da ogni parte
Otto gradi d’un par fatti contiene,
Che solamente lor l’insegna spante,
Ch’a un nero, e all’altro bianco esser conviene
Così con spazio egual diviso a Marte
Da ciascheduna parte il campo viene
Son varj sempre, e quel, ch’a bianco è messo
N’ha sempre un nero in simil modo appresso.

In guisa stan che la testaggin suole
Sopra il curvato tergo esser ornata,
Allor (volto agli Dei queste parole,
Perchè ciascun maraviglioso guata;
Né si sa immaginar che cosa vuole
L’Asse inferir de’ due color fregiata,
E con grande stupor mirando fisse
Le ciglia in lei tenea tacito) disse:

Or voi vedete alla battaglia aperto
Esser il campo alle fastive schiere;
Ma vi farò veder d’arme coperto
Ciascun menar le man sanguigne e fiere
Sì di valor, sì di consiglio esperto,
Ch’orribil morte può poco temere,
E fedelmente intrepidi, e gagliardi
Guardar al vento i tremuli stendardi.

Questi giocosi armigeri furori
Sotto l’onde seder talvolta piace,
Allor che fermi gli Euri, i Noti, e i Gori
Si gode ’l mar la sua tranquilla pace:
Alle figlie di Nereo, a Glauco, e a Dori,
E a chi altri nel mar dimora face:
Or ecco chi giocar tal pugna intende,
Ch’animoso nel campo armato scende.

Così disse, e versò d’un vaso adorno
In quel legno de i due color trapunto
Con arte egregia lavorati a torno
Uomin simil a noi ridotti appunto
Che potrebbon veder le stesse, e ’l giorno,
Se lo spirto vital gli fosse aggiunto.
Son mezzi neri, e l’altra parte a bianco
Porta coperto il crin, le spalle, e ’l fianco,

Son due d’un par d’ingegno, e forza queste
In numero ambe egual divise schiere
Sei con dieci bianche han la sopraveste,
Altrettante son poi, che l’hanno nere.
Come diversa ciascuna si veste
Così tutte non son d’egual potere
Varie d’arme d’uffizio e nome sono,
Come piacque a chi lor fece tal dono.

Quivi due re di par corrono altieri
Veder potresti l’uno all’altro opposto
A cui davanti agli altri cavalieri
Con l’armi stan le lor consorti accosto,
Chi con archi, chi armato in su i destrieri,
Chi a piedi ha pel suo Re morir disposto.
Nelle torri altri sopra gli Elefanti
Poste si spingon nella pugna innanti.

Già le squadre a pigliar gli alloggiamenti
Venir nel campo in ordinanza veggio.
Piglian primieramente i re possenti
Nella più estrema linea il quarto seggio.
Miransi intorno con lor occhi ardenti
Dove più nuocer l’un potesse peggio.
E nel mezzo a ciascun nel campo avanza
Spesso a combatter con egual distanza.

Primier s’è posto nell’oscura il bianco
Signor, e il nero ha candida la sede,
E ciascuna al suo re vicina, al fianco
Amorevol consorte ha fermo il piede.
Dal destro l’una sta, da lato manco
L’altra contro di lei superba siede.
Nera nel nero, e bianca in bianco stanno,
E qual è il suo color, tal han lo scanno:

Gli stanno appresso due giovani oscuri
Ed all’incontra a lor son altri tanti
Bianchi con archi sì validi e duri,
Che passar puonno il ferro, ed i diamanti.
Questi perch’ a ferir givan sicuri
Di Marte i Greci già chiamarono amanti.
E nel mezzo di queste ardite scorte
Sta il re sublime, e la regal consorte.

Di qua di là con non minor fortezza
Due superbi destrier dietro a costoro
Di seta adorni con molta vaghezza
Portano ambi saltando il Signor loro
In cui risplende tal quella bellezza
Che nelle arme e negli elmi il fregio d’oro.
Aspettando, che il ciel tosto rimbombe
Pe’l rauco suon delle canore trombe.

Quinci, e quindi fermo han nelle più estreme
Parti del campo, i cavalieri il corso
Dentro a due torri, d’alto mar supremo
Per offender da lungi, e dar soccorso
Di rocche a guisa, il cui gran peso preme
Come nell’India agli Elefanti il dorso
Gli ultimi sono otto guerrieri a piede
Che a guardia stan della seconde sede.

Chi di queste al suo re servire è pronto
Parte servon l’armigere donzelle.
Quattro scudier de i Re fan guardia e conto
Ad esse quattro ardite damigelle,
Ch’oppor possin del campo al primo affronto
Innanzi agli altri i brandi e le rotelle,
E primi sien, che con molto furore
Mettin le squadre e gli ordini a romore.

Di qua e di là gli eserciti spartiti
Si sono i campi con diversa insegna:
Pur come proprie se di Galli, o Sciti,
Ovver donde Aquilon gelato regna
Con veste e visi candidi, e puliti
Un campo contro un Mauritano regno,
A cui il torrido Sol fatto abbia il volto
Nero, e nel campo ’l crin crespo ed avvolto.

Il Padre Oceano un’altro volta a tutti
Gli Dei che a rimirar stavan confusi
Disse: il veder due campi or qui ridutti
Poco giova s’io faccio i modi e gli usi
Che son in questa guerra; or siate istrutti
Qual inviolabil legge, e ordin s’usi,
Ch’ognuno osserva: perché senza legge
Questo esercito mio non s’arma o regge.

Sta in arbitrio del re mandar primiero
A cominciar nel campo la tenzone
Chi giudichi esser più destro o leggiero,
Che sol di sotto il proprio gonfalone,
Se primo è ’l bianco a uscir nel campo, il nero
Subito armato incontro se gli oppone,
Non possa uscir però, né sia a ciascuno
Lecito andar due insieme, o più contro uno.

Ognun s’ingegna, ognun studia ed attende
Chiuder il Re dell’inimico stuolo,
Ognun contro di lui la spada prende
Per farselo prigion per forza, o dolo:
Che se sopra di lui morte aspra scende,
Ossia fatto prigion legato, e solo
Ha fine a un tratto senz’altra difesa
Ogni guerra, ogni rissa, ogni contesa.

E colui che al morir manco perdona
Onor immenso, e maggior gloria acquista;
Di qui vien, che d’intorno il ferro suona
Sopra chi armato incontro gli resista,
Per far che in terra caggia la corona
Dell’inimico re di sangue mista,
O vivo pur nel marzial furore
Prigion trarlo davanti al suo signore.

E però il ferro sanguinoso, e nudo
Ognor di qua di là fa raro il passo;
Né giuoca a colpi fier piastra né scudo,
Ch’or questo or quel non sia di vita casso,
E quanto è più ’l morir, tanto più crudo
Della pugna mortal segue ’l fracasso.
Questi uno uccide, e un poi con più potere
Fa morto in terra il vincitor cadere.

Ma entrar nel luogo subito e costretto
Il vincitor d’onde nimico ha tolto.
E basti se una volta ov’è più stretto
Lo strepito e ’l romor mostro abbia il volto
E se gl’avvien che l’impeto abbia retto
Possa senza rossor tornarne assolto,
Ed in luogo venir sicuro, dove
Con vantaggio maggior mostri sue prove.

A’ pedoni però vietano i patti
Ch’indietro ritornar non si convegna
E’ s’una volta avanti si son tratti
Ciascuno poi ’l volto agl’inimici tegna
Rivolto, che così morti, e disfatti
Mostrin che viltà in lor non può, né regna.
E questo pur non i pedoni solo,
Ma diverso ha il cammin tutto lo stuolo.

Un medesimo andar tutti non hanno,
Né uno stesso ferir nella battaglia.
Ciascun pedon trasmettere uno scanno
Solamente e non più ferendo vaglia;
Ma per fianco a ferir con l’arma vanno,
Gli animosi pedon gl’elmi e la maglia;
E nel primo cammin per dritta via
Il passo duplicar concesso sia.

Or quando un di costor da presso giunge
Atto nell’arme valoroso e franco
Con la spada crudel da canto punge
Con tal poter dal suo nemico il fianco,
Che sì la forza, e sì ’l vigor gl’emunge
Che in terra cade impallidito, e bianco!
E lascia morto alfin vota la sede
Al vincitor, in cui lieto succede.

Due feroci Elefanti intorno intorno
A guisa fan d’alta muraglia schermo
Dal destro l’un, l’un dal sinistro corno
Del campo, che chiuso han le piante a ferro
D’arme soldati, e d’una torre adorno,
E ciascun alla pugna ardito, e fermo,
Per diritto sentier può por le piante
Da destra, e manca man dietro, e davanti

E con occasion sangue e rottura
Scorrer pel campo de’ nemici possa,
E dove passa alcun non s’assicura
Aspettar molto la mortal percossa.
Scudo non val d’acciar né armadura
Fine, che regga a sì ferrigna scossa,
Ma fugge ognun dal suo furor là dove
La turrigena bestia i passi muove.

L’altri, che adopran l’arco, e la saetta
Nascoso no, ma sia ’l ferir palese;
Onde sempre così per indiretta
Linea abbia l’arme, e le lor forze intese.
E perch’a Marte è tal gente diletta
Sommamente però tal cura prese,
Che pel campo ciascun dove gl’aggrada
Per obbliquo sentier scorrendo vada.

S’il bianco, è in bianco, e ’l ner nel ner, non lice
Per altra sede a niun cangiar sua stanza;
Ma quivi o rimaner morto, o felice,
E invitto uscir della sanguigna danza;
Sì che per torta via la punta ultrice
Del mortifero stral va la possanza;
Né altro seggio però mutar o torre
Puote, sa ben ciascun per tutto scorre.

Il feroce destrier l’aurato morso
Spumoso morde, e s’agita, e travaglia,
Raspa la terra impaziente al corso,
Salta di qua di là nella battaglia;
E sempre più leggier che cervo, od orso
Dov’è grande il furor urta e si scaglia,
E gira in alto: sì che con audace
Impeto i salti a mo’ di luna face.

Vuole ogni legge, ogni ordine, ogni bando,
Ch’in un salto passar due scanni deggia,
E più non possa innanzi andare, e quando
Si diparte dal ner, nel bianco seggia.
E così lui del seggio suo cangiando
Vada sempre color, cangiando greggia,
E possa ancor per tutto il campo aperto
Saltar, ma ’l salto sia stabile e certo.

Ma la fedel invitta alta Regina
Della pugna fatai fortezza e albergo
Per torta via le squadre apre e cammina
Crudel di qua di là, da fronte a tergo,
E per via dritta ancor con gran rovina
Ogni elmo rompe, e ogni più fino usbergo.
Né puote a guisa del caval con salto
Curvato, altri passar surgendo in alto.

I passi suoi non han termine, o segno,
Ma corre là dove ’l furor la spinge,
E più per gloria, che per ira, o sdegno,
A torno il brando sanguinoso stringe,
Ma non facci passar però disegno
Se non uccide, o indietro non respinge,
Che vietar vogli il passo, ossia nimico,
O sia compagno, o sia fedel amico.

Dico, se nimico è ch’innanzi gl’erri
A quel con suo poter ratta s’invia,
E d’intorno gli sta fin che l’atterri
O libera gli lasci almen la via,
L’amico, e che per sorte il passo serri,
Ch’ei parta dice oltraggio, e villania:
Perché sopra saltar non può, che quella
Potestà han sol color che stanno in sella.

Questo e quell’altro Re con forze estreme,
E con consiglio il regio brando ruota
Come quel ch’in lui posta esser la speme,
E la salute del suo campo nota;
Onde intorno la turba armata freme
Atta a parar dove il furor percota,
E quinci e quindi andar porgendo aita
Per salvar tutti al suo signor la vita.

Perché cadendo in terra, in un momento
Ognun chi preso, e chi ferito cade.
E però ciaschedun con l’arme intento
L’accerchia là dove ’l bisogno accade.
Onoran quello, e espor non han spavento
Per lui la vita in mezzo a cento spade,
Né lo voglion lasciar fra lor perire,
Ma vincere, o per lui tutti morire.

Stassi il re fermo nella regal tenda,
Non avendo a ferir studio né voglia,
Assai gli è, che se dove ’l colpo scenda
Senza periglio quel ripare, o toglia,
Non già, che quel ch’avanti gli contenda
Da lui partir senza contrasto voglia;
Perciò che il Re da questa parte e quella
Girar la spada può lucente e bella.

Opri in un passo intorno ogni difesa;
Ma più avanti passar non faci stima,
Che dove le minacce aspra contesa
Le costringe mutar la sede prima,
Non può far più che un passo, o senza offesa
Suo colpo mandi, o l’inimico opprima.
Questi costumi e modi, anticamente
Trovati fur, che s’usano al presente.

Or ecco già che le due armate schiere
A gridar arme apparecchiate sono
A spettar sol che cenno alle bandiere
Dia delle trombe, e de’ tamburi il suono
Per far morto, o prigion tosto cadere
L’avversario Signor del Regio trono;
Nel cui impegno saper forza, e virtute
La speme sta del campo, e la salute.

Così disse, e restò poi che di questi
Ordini ebbe ciascun fatto capace.
E perché quando i mal pensier han desti
I mortali alla guerra empia, e rapace,
Perché l’amato suo di sopra resti
Fra gli Dei su nel Ciel guerra si face,
Che messo han spirti da invidioso zelo
Alcuna volta a gran roraore il Cielo

Giove perciò dal seggio alto, e gradito
Con fiero sguardo e con severi cigli
Disse agli Dei alcun non sia si ardito,
Che de’ fatti mortal la cura pigli,
Che non convien a chi è nel ciel salito,
Affanno abbin a dar gl’uman perigli;
Però lascia gli Dei finir la guerra
Agli uomini fra lor laggiuso in terra

E così detto del celeste coro
Par di beltà due giovanetti piglia
Mercurio, e Apollo ch’ha le chiome d’oro,
E la faccia l’altr’ ha bianca e vermiglia,
All’un l’ale alle piante ancor non foro,
Né a Apollo d’Eto in man messa la briglia
Sol la faretra gli pendea dal collo,
Di cui superbo e altier sen giva Apollo.

A questi due par d’arme e di valore
Tutt’il governo della pugna diede,
E l’un di quella parte esser signore,
La quale alfin vittoriosa crede;
E Giove dar pel conquistato onore
Promette al vincitor degna mercede,
Siedon li primi Dei, gl’altri in piè forti
Stanno aspettar che il grato premio porti.

Ma alcun non sia con cenni, e con favella,
(Perché la legge è tal) che pigli ardire
Dir i colpi a’ guerrier mostrando in quella
Parte, in cui possa l’un l’altro ferire;
Già si mette alla sorte, or ecco ch’ella
Vuoi che in campo sia il bianco il primo a uscire,
Pensan che gran vantaggio abbia’l guerriero
Che nella pugna a uscir l’asse ’l primiero.

Il capitan della candida schiera
Pensa allor qual mandar possa di tanti,
Primo alla pugna, e un pedon manda ch’era
Quel che sta armato alla Regina innanti
Il qual con fronte minacciosa, e fiera
Due passi sol, né più si fece avanti,
A cui ’l Signor che al nero stuol comanda
Per quella via un pedon contro gli manda.

Che con l’arme d’un par seco s’affronte
E del nemico fier l’impeto arreste
Stansi in mezzo del campo a fronte a fronte,
Ma alcun non è di lor che si moleste;
Non già ch’or l’un nel fianco or nella fronte
L’altro col brando non punga o tempeste,
Ma invan si danno, e s’affatican molto,
Che per ferirsi ogni poter n’è tolto

Or mentre che con passi eguali invano
Fra questi due superbi si contende,
Ora da destra, or da sinistra mano
Con immenso furor la turba scende,
E molta gente ha già coperto ’l piano
Correndo al suon delle percosse orrende.
Vien il soccorso ove s’odon le strida.
Tutto ’l campo è già pien d’armi, e di grida.

Grande e ’l tumulto: ma non sì mortale
Guerra che giuoco dir non si possi anco:
Ma piuttosto scherzando in mezzo eguale
Piacevol morte la ner si mostra, e al bianco,
A passo a passo ognun tentando assale
Luogo che sia a ferir sicuro e franco:
E come savio, e prudente in assetto
Ne va ciascun nel suo drapel ristretto.

Già l’ardito pedon, ch’a prima giunta
Con l’arme in man l’ostil assalto teme,
La strada strinse, e con l’aguzza punta
Da lato ’l pedon bianco a ferir venne;
Sì che finir (da lui l’alma disgiunta)
La battaglia, e la vita gli convenne.
Ah meschin che ver lui non vide forse
Il traditor ch’il colpo al fianco porse.

E nel suo luogo ancor del sangue molle
Lieto con molto ardir corse a gran fretta;
Ma la giustizia allor di Dio non volle
Ch’andasse troppo in lungo la vendetta
Uno che gli era appresso il brando estolle,
Lo fere a un tempo, e già morto lo getta.
Fu la percossa di sì gran momento,
Che la fronte gli aprì, le ciglia, e ’l mento.

Allor il Re ch’a ’l volto nero, e ’l crine
Dal seggio suo del mezzo si diparte,
E s’asconde nel canto ove è ’l confine
Delle sue genti nell’estrema parte;
E quivi perché alcun non s’avvicine,
Già ristrette si son le genti sparte;
E guardato da’ suoi si sta riposto
Il più che può dal gran rumor discosto

Di qua e di là da man sinistra sorge
L’uno e l’altro caval guarnito e bello,
E dove è stretta più la calca porge
Incrudelito e fier strage, e macello;
E tal che in campo omai più non si scorge
Altro che pianto, lagrime, e flagello,
Ma più di quei meschin dolente, e ’l metro,
Che forza a ritornar non hanno indietro

Or mentre apollo è tutto a far intenso
Ai poveri pedon guerra, e contrasto,
E che un suo cavalier pel campo illeso
Solamente fra lor va dando il guasto;
Grand’ira ha ’l petto di Mercurio acceso
Di dare a Febo un velenoso pasto;
E però manda cheto e paziente
Gl’infelici a morir spontaneamente.

Spingendo innanzi il cavalier che stava
Da man sinistra, e al Re tendeva inganno
Di giù, di su, di qua, di là saltava,
Fin che pervenne al desiato scanno;
In cui poi, che fermosse minacciava
All’Elefante, e al Re rovina e danno.
L’Elefante era quel, che il destro varco
Guardava altier della gran torre carco

Ebbe gran doglia di Latona il figlio,
Che porgendo al suo Re subito aìta
Abbandonato, e sol vede in periglio
L’Elefante restar già della vita;
E non poter con sue forze e consiglio
Schivar a un tempo la doppia ferita;
Onde pensoso sta da doler punto
A questo aspro destin ch’è sopraggiunto.

E fra molti pensier che danno al core
D’Apollo passion fu primo questo
Dar subito soccorso al suo Signore
Che pauroso sta, tremante, e mesto;
Lo trae dal destro corno, e dal furore
Lo scampo del caval fiero e rubesto,
Il qual poscia ch’il Re salvato vide
Con gran furor l’alto Elefante uccide.

La perdita fu grande e ’l danno atroce
Avendo perso un guerrier tanfo forte;
Questo era sopra ogn’altro il più feroce
Eccetto il valor sol della consorte.
Apollo disse con turbata voce
Al cavalier che gli avea dato morte
Da me non vo’ che scampi, e un stuolo grosso
Di fanti, e cavalier gli spinge addosso.

Fatt’ei così prigion le labbia e ’l viso
Tutto pien di timor pallido fece,
Come presto morir gli fusse avviso
Poi che da lor fuggir quindi non lece.
Sta d’intorno la turba, e l’avrìa ucciso,
Ma la Regina a ciò pria soddisfece
L’uccise ella, e gli diè questo conforto;
D’esser per man sì valorosa morto.

Freme la bianca gente e tanta è l’ira
Che gli soffoca il cuor che tutta è sdegno,
E più s’accende ognor quanto più mira
Dell’un de’ lati aver manco il sostegno
Del solido Elefante, e ne sospira,
Di rabbioso dolor mostrando segno
Agl’occhi, al volto, al furibondo aspetto,
D’odio, d’orgoglio pien, d’ira, e dispetto.

Come quel tauro che sentito s’abbia
Nella battaglia il destro corno torre,
Con quel che resta sol con maggior rabbia
Contro al nemico alla vendetta corre,
Gira la coda e al ciel sparge la sabbia,
E pel lido, crudel muggendo scorre,
Sollieva il collo, e la sanguigna testa
Rimbomban gli antri, i boschi, e la foresta.

Tal era, o più crudel, forse la faccia
Della candida torma egra e dolente
Ond’Apollo a morir tra ’l ferro caccia
Tirato dal furor l’afflitta gente:
Che pur, ch’altrui finir la vita faccia
Il proprio danno, e ‘l suo morir non sente,
Anzi ha caro, tanto è in preda al furore,
Veder morir il suo, se l’altro muore.

Ma pel campo rubando alla sicura
Vuoi Mercurio più saggio andar pian piano;
Prevede i colpi, ed ogni via misura,
E spesso alla Regina di lontano
La morte accenna, e della gente oscura
Manda a morte un pedon la finta mano
Poscia si pente, e error finge, che sia
Dando velo all’inganno, e alla bugia.

Per trapassar il fianco alla mogliera
Del Re ne venìa già l’occulto strale,
L’incauto Apollo accorto mai non s’era
Ch’il destro arcier sporgea ’l colpo mortale,
Quando spinse un pedon né dell’altiera
Regina sua vedea troncarsi l’ale;
Se non che Vener bella pietà n’ebbe
Che come pia di tanto mal gl’increbbe.

Con gli occhi fece, e con la bocca cenno,
Quando esser men veduta si credea,
Fra Cupido, Giunone, e il Dio di Lenno
Rincontro a Febo a sorte ella sedea,
E lece sì, ch’usò pur tanto senno,
Quel ch’usato già innanzi non avea,
Che volse consentir che questa volta
Sia con sì poco onor di vita tolta.

Febo al cenno che fe’ la Dea cortese
Da un subito timor restò smarrito.
Guarda per tutto ’l campo e ben intese
L’inganno ch’era alla Regina ordito;
E senza indugio quel pedon riprese,
E lo fe’ ritornar dond’era uscito;
E per allor non volse che gl’andasse,
A dal periglio la Regina trasse.

Grida Mercurio, e a’ gridi, e alle parole
Rimbomban sotto gli antri e le caverne.
La Regina esser morta e presa vuole,
E di sua spoglia il bel trionfo averne.
E grida pien di collera e si duole,
Perché aver gran ragion per sé discerne.
Fremon gli Dei, e chi vorrìa di loro
Il bianco vincitor, chi vorrìa ’l moro.

Apollo rispondendo in sua difesa
Gli disse con parlar sì villano,
Dunque avrai tu per mal ch’abbi ripresa
Di così leve error l’incauta mano,
Non ti doler che ti sia fatta offesa,
E dolendoti pur ti duoli invano;
Perché legge non ci è patto, o decreti
Infin ad or che far questo ne vieti.

Ma se pur o figiuol di Maja vuoi,
Che proibito questo al tutto sia,
Faccisi nuovo patto oggi fra noi,
Che quel che spinto dal Signor suo sia
Alla battaglia innanzi, vada, e poi
A discrezion del fiero Marte stia;
Così disse, e la sua proposta piacque
A tutti, ond’egli, e alfin la turba tacque.

Giove che Vener vide, in fiero sguardo
Addosso a lei degl’irati occhi torse,
E quella minacciò con tal riguardo
Che Mercurio però non se n’accorse;
Ma metter sottosopra ogni stendardo
Il giovinetto allor rimase in forse.
Stender la man non so, com’ei si tenne,
In tanta rabbia, in tanto furor venne.

Ma con fraude ed inganno si dispone
Far mala guerra nel festivo ballo.
Manda un arcier in campo, e a quello impone
Facci il cammin che far suole il cavallo;
Ei l’arco, e la saetta in punto pone,
E scorrendo ne va senza intervallo.
Minaccia, ed ha gran voglia esser con quella
Tosto alle man terribil damigella.

Apollo, che conobbe il falso affronto
A’ circostanti disse sorridendo:
Sebben Mercurio a inganni e furti è pronto
Meco esser questa volta io non intendo
Tener bisognerà ben chiaro il conto,
Poi ch’in mezzo de’ ladri esser comprendo;
In questo mentre acciò ch’io non vaneggi
Dal falso error l’iniqua man coreggi.

A rider cominciò la turba tosto,
E Mercurio anco a rider si converse:
Poiché l’inganno, qual credea nascosto,
Chiaro e palese a tutti si scoperse,
E dall’equestre onor l’arder deposto.
Il cavallo, e ’l ferir dell’asta perse.
Sta desto Apollo, e pon per tutto cura
Che degl’inganni, e fraudi ha gran paura.

Apollo più che mai saggio ed astuto
Gl’inganni, i furti, e ogni malizia teme;
Guardando ben, che contro lo statuto
La maliziosa man non spinga insieme
Due in una volta senza esser veduto
Contro un sol a mostrar poi forse estreme,
Il che potria succeder facilmente,
Se non temesse in ciò l’occhio, e la mente.

Con l’arco in mano il bianco arcier si messe
Contro ’l caval, che dianzi ardito venne,
E riparò, ch’in capo non scendesse
Del cavalier la rigida bipenne
Che quel di sopra alla Regina eresse,
Sì che a tempo il calar del colpo tenne.
Allor la bestia dall’armata torre
Per mezzo il bianco campo ardita scorre.

Sfavasi in mezzo il bianco cavaliero
Superbo ancor di sua felice sorte
Per aver minacciato ardito, e fiero
Senza suo danno il Re con la consorte,
E pensava altri occider, ma l’arciero
In quel suo van pensier gli dè la morte,
E sol per questo lo fece morire,
Che tanto orgoglio non poté soffrire.

L’onor gli fece al cor sì crescer l’ira,
Che uccider quello, ed ei poi morir volse.
Una saetta piglia, e l’arco, e tira,
E la misera vita alfin gli tolse,
E sì giusta l’arcier pose la mira,
Che il duro stral, nel duro fianco ’l colse.
Cadde sdegnoso, e già di vita spento
Percoteva ’l destrier co’ calci il vento.

Quando un pedon l’ardito arcier atterra
Privo di vita, e ’l pedon omicida
Fu da un altro pedon cacciato in terra
Morto, così cresce ’l pianto, e le strida.
Ognor più incrudelisce l’aspra guerra
L’arcier il Re, il caval la moglie sfida,
Son stretti insieme i cavalieri e i fanti
Fra gl’arcier, fra i destrier, fra gl’Elefanti.

Corre insieme dell’una, e l’altra turba
La gente, e or questo or quel percote e frange
La copia grande ogn’ordine disturba
Ch’ad or ad or quasi confusa s’ange
La fortuna si mostra or chiara or turba
Or alla bianca, or all’altra falange.
A questa volta insieme esser non sdegna
Ma fortuna e virtù par che convegna.

Come nell’alto mar si veggion l’onde
Muover talor dal fiero noto vinte,
E che salir nel ciel le più profonde
Spesso veggiam da quella rabbia spinta,
E che l’una con l’altra si confonde,
E insieme un monte fan messe, e respinte.
Così forse, o maggior menava ’l lampo,
Da furor mossi, e l’uno e l’altro campo.

Del bianco Re la furibonda moglie
Fra nimici arde incrudelita, e acerba.
L’Elefante, e ’l destrier dì vita toglie,
Che in due colpi cader gli fe nell’erba
E non pur sol di queste opime spoglie
Ma di molte altre ancor ne va superba.
Dove piglia il camin, la spada infesta
Fugge la turba spaventata, e presta.

In viso mesto e afflitto il capitano
Del nero stuol tutto tremante allora
Vedendo già de’ morti ingombro il piano
L’ajuto alfin della consorte implora.
Pose ella all’arme la robusta mano,
E nel mezzo saltò senza dimora.
A quanti dar vuol la tua destra forte
Valorosa Regina acerba morte.

Dicanlo i Cavalier, gli arcieri, i fanti,
Che van per terra, e le dorate tende.
Tanto sangue è già sparso, e i morti tanti,
Che del campo il color non si comprende.
Chi raccontar appien credesse i pianti,
E i morti, invan questa fatica prende:
Perché di qua di là con pari insulto
Grande è il pianto, e ’l morir, grande il tumulto.

Affrontate si son con l’arme ardite
Le due Regine in vista eccelsa, ed alma,
Con pensier non lasciar ferma la lite
Se non riportan la dovuta palma;
Né mai dalla battaglia esser spedite,
Finché duri alle forze unita l’alma;
E l’una, o l’altra gloriosa in queste,
Sanguinose battaglie, e invitta reste.

Intanto il bianco, e l’altro nero Duce
Tiene in prigion tutti i guerrier cattivi,
Quelli che dianzi della vital luce
Nella pugna crudel rimaser privi,
Poiché poi, che in lor più quella non luce
Un’altra volta non tornasser vivi,
E rivestiti di piastra e di maglia
Venisser nuovamente a far battaglia.

Marte, che a canto era a Mercurio, ed essi
Stati eran sempre in grand’amor congiunti.
Un pedon, e un arcier di quei, ch’oppressi
Fur dianzi, e ch’in prigion stavan defunti
Fece, ch’il brando, e la faretra avessi
E nuovamente in vita reassunti
Fosser costoro, e sorti a nuova guerra,
Che si credevan già morti, e sotterra.

Grandi assalti da questi si facea;
Poiché la spada in man gli fu riposta.
Così si crede ch’i morti Medea
Facesse ritornar vivi a sua posta;
E col favor della triforme Dea
La falsa anima in lor tenesse ascosta,
E gli facesse con fraude ed inganno
Andar e star siccome i vivi fanno.

Non volse sopportar l’iniquo fatto
Vulcan, che dell’error s’avvide solo
Alzar la voce incominciò di fatto,
Sicché Apollo, e ogni Dio conobbe il dolo
Ah infelici o voi, v’avea rifatto
Di poco stame l’empia Parca ’l colo.
Mercurio il giovanetto in fraude colto
Bianco, e d’ira fe’ rosso Apollo il volto.

Giove si sdegna, e vuol che al luogo giusto
Condotti sien gl’indebiti presidi,
E vuoi che il capitan del campo adusto
I vivi in schiera, e i morti al tumul guidi,
Né alcun sia più che o debole, o robusto
Nella forza de’ morti si confidi,
Facendo riandar gli ingiusti passi,
Fin ch’ogni cosa al segno suo tornassi.

Insino a qui la rabbia e l’ira ardente
A fronte a fronte tenne ambe le spose
Per le ferite della morta gente
Tutte ancor così tinte, e sanguinose;
Al fin la bianca la spada lucente
Infin all’elsa nel fianco gl’ascose,
E poi ch’ebber fra lor conteso un pezzo
Alla nera morir toccò da zezzo.

Ma le spoglie lontan molto non porta
Misera ch’uno strai l’alma gli fura,
Piange la turba impallidita, e smorta,
Poiché d’ambe il valor perso non dura;
E puossi dir che senza quella scorta
Più non gli pare aver vita sicura.
Si ristringono i Re mesti, e dolenti
Fra le lor poche e spaurite genti.

Se ben fortuna gli fu sì molesta,
Pur hanno seco ancor chi gli soccorre,
Tre pedoni, e un arcier a Febo resta,
Con l’elefante dall’aerea torre.
Il medesmo ha Mercurio, eccetto questa
Bestia che si lasciò la vita torre
Nel proprio seggio oziosa, e in pace stando
Con poca gloria d’arme altrui lasciando.

Ma ’l destro cavalier gli resta; spento
Ogni altro fu: sì ch’a mancar la speme
De’ giovanetti e crescer il lamento
Incominciò di Cinto, e di Cillene,
Era a veder i morti uno spavento,
E de’ feriti i gemiti e le pene;
E gl’uccisi baroni tanti furo,
Che poterlo narrar non m’assicuro.

In così amara sorte non è alcuno
Di lor però, che di pugnar recuse;
Ma le sue poche genti insieme ognuno
Va raccogliendo in più parti diffuse;
E fatto un altro campo il bianco, e ’l bruno
Re un’altra volta in mezzo a quel si chiuse
Ma (oimè) di tanti cavalier si vede
Il campo sgombro, e vuota ogni lor sede.

Vedovi sono i Re, né star più in letto
Voto senza compagna non gli giova;
Benché l’amor il cuor nel mezzo ’l petto
Della prima sua Donna gli commova,
Pu da infelice sorte è ognun costretto
A dovere sposar consorte nuova:
Fu il primo il bianco, il qual già della dama
Le fide ancille al regio letto chiama.

Ma prima vuol, com’è ragion vedere
(Acciò non sia di tanto sposa indegna)
L’ardir, la forza, l’ingegno, ’l sapere
Prima ch’al regio soglio ornata vegna;
Però non sia di voi chi certa spere
Disse ei, della regina aver l’insegna,
Se del nemico alle più estreme tende
Prima fra l’arme illesa ella non scende.

A questo dir gli crebbe il cuore, e a un’otta
Pel campo dritto presene ’l cammino,
E innanzi all’altre vi si fu condotta
Quella che tenne pel sentier mancino,
Ond’a lei in troppo dignità ridotta
Esser gli par dal primo suo destino,
S’al loco innanzi si conduce, ov’ella
Consorte fia del Re, non serva, o ancella.

Tal che la vola, e la gloria, e l’onore
Ognor gli accresce, e avviva la possanza
In modo tal, che fa ’l suo gran valere
Vana delle compagne la speranza;
Perch’ella a man a man superiore
Tutte l’altre nel corso audace avvanza;
Né il Re ch’ha nel cimier l’insegna oscura
Tale cosa proibir si diede cura.

Perch’egli in questo modo ancor si stima
Vedovo procacciarsi altra mogliera
S’affrettan dunque; e per il quarto clima
Un’ancilla (ma in van) si studia, e spera,
Che la bianca di lei vi giunse prima
D’un salto sol, perché fu più leggiera.
Trapassò ogn’altra, e già nell’alto seggio
Fatta potente riseder la veggio.

Allor il Re la sede, e la corona
Dell’estinta mogliera, e ’l scettro, e ’l manto
Alla novella sua consorte dona,
Chi gli sta lieta, e riverente accanto.
Il nimico del figlio di Latona
Si squarciò il petto, e non ritenne ’l pianto
Vedendo i bianchi in festa, e in gran vantaggio
Sbeffano i neri, e fargli scherni, e oltraggio.

Restava un grado a l’altra nera ancella,
Che chiudea ’l fin della dipinta valle
In cui venir (lasso) non che quella
Via l’Elefante dalle armate spalle
Guarda per ammazzar tuttavia ch’ella
Salir tentasse nel supremo calle;
Si ch’ei l’osserva, e lontan dall’estreme
Parti lei tien, ch’afflitta, e sola teme.

La nuova sposa già tutta contenta
Nel sangue imbratta la sua spada acerba,
E la vil turba discaccia, e argomenta
Di fortuna, e d’onor fatta superba;
La di cui faccia terribile spaventa
Il campo e rossa fa di sangue l’erba,
Fuggon da quella, e temerebber meno
Esser ch’elle sue man d’Aletto in seno.

Non altrimenti sicure, e solette
Le vacche sparse pe’ boschetti vanno,
Ch’or quinci or quindi pascendo l’erbette
Senza insidie temer nimici, o danno
Intorno al toro muggendo ristrette
Meste, tremanti, e spaurite stanno;
Poi che venir dappresso abbia sentito
Per fame il lupo della selva uscito.

Così d’intorno al suo signor si stringe
Ciascun, e quivi corre, e si ripara:
Perch’ella gli è alle spalle e gli rispinge
E al Re più che ad alcun morto prepara.
Le regie soglie d’uman sangue tinge
La spada sua già rilucente e chiara,
E per il campo da tutte le bande
Da quella man crudel corre e si spande.

Se stata savia quella volta fosse
Così come a ragion esser dovea
Per il quarto sentier quando si mosse
Nel bianco scanno in torto andar potea;
Donde la morte con poche percosse
Dare al nimico suo gran forza avea;
E senza alcun ripar per quella strada
Passargli il cuor colla pungente spada.

Ebbe tema Mercurio allor che questo
Gran peso addosso al fermo non rovine;
Onde riprende Apollo, e vuoi che presto
Com’ei senza indugiar tanto cammine.
Ti par dicea però partito onesto
Tanto il passo tardar che ’l dì decline;
Ma vuoi mandar sì in lungo la battaglia,
Che il giorno manchi, e la notte n’assaglia.

Può far fortuna, che non ti sia scorno
Pigro e tardo che sei l’andar sì lento?
E già dicevi a me ch’io stava un giorno
A far un passo, or tu, che tanto stento
Fai, donde nasce? poscia ch’hai d’intorno
Visto ogni cosa sii d’andar contento.
Così dicea per far ch’ei si movesse
Pria che la morte del suo Re vedesse.

Così costretto, mentre uccider una
Povera fante attende ’l biondo Dio
Non si seppe a veder, che la fortuna
Sdegnata via lontan se ne fuggìo.
Soccorse il Re senza dimora alcuna
Mercurio omai sicur, ch’il corpo rio
Non nocerà più al Re: che ferma tiene
In breve aver la morte, e le catene.

Spinse innanzi un destrier, che riparare
Il colpo possa dall’aspra consorte;
Quel a un tempo si mosse, e minacciare
All’Elefante incominciò la morte
Quel che facea lontan l’ancilla stare:
Acciò sposa del Re ’l scettro non porte,
E dell’asta che fe già un duro cerro
Cacciò nel petto all’Elefante ’l ferro.

Ei cadde, e nel cader che fece a basso
Tremò la terra, e la tartarea sede;
E il mar non pur: ma ’l ciel sentì ’l fracasso
Al colpo, che morendo in terra diede
La nera ancilla al desiato passo
Alfin condotta in regio abito siede,
Già del Re moglie, mentre invan procura
Febo al nemico Re dar sepoltura.

Già un’altra volta pur d’arme e di genti
Mandan nel campo le novelle denne,
Regine fatte orribili, e lucenti
D’armi, e di scudi, e non d’oro o di gonne
A cui valor regge in quel mo’ che ai venti,
Reggon gl’olmi, e le torri, e le colonne,
Alle cui cime gran peso s’appoggie?
Di teatri, palazzi, archi, o di loggie.

Ben ch’abbia il fin della battaglia incerto
Mercurio nondimen restar di sopra
Pensa, e come d’aver la palma certo
Par, che fìngendo un vero gaudio scopra
Dicendo a Febo men dotto ed esperto,
Che per vincerlo invan studia e s’adopra
Grida, minaccia, e far fuggir lo vuole,
Se non con altro, almen colle parole.

Febo ch’intese la malizia e l’arte
Di Mercurio in tal modo gli rispose:
Infino a qui però l’incerto Marte
Alla battaglia il dubbio fin non pose,
E tu cominci vincitor chiamarle
Con parole superbe, e orgogliose,
Mostra altier l’allegrezza, e quando io sono
In terra vinto, e morto, e in abbandono.

Ma che tante parole? ecco ch’io faccio
Or or con questa man tuo parlar vano,
E così detto alla Regina in braccio
Fece lo scudo e tor la spada in mano,
Al cui taglio non regge, e non fa impaccio
Ma ogni elmo contro quel contende in vano,
Un gran romor da questa parte e quella
Si fa nell’arrivar della donzella.

Gran strage fa la gloriosa moglie
Del Re ch’ha oscure le bandiere, e il segno,
Ne par che pur l’altra Regina voglie
A sì grave furor metter ritegno,
Come colei ch’a l’alte regie soglie
Per occulto sentier facea disegno
Contro al Re andare, e questo gli successe
Che pria la guardia co’ suoi servi oppresse.

Ma che può far un sol arcier si trova,
I due pedoni affaticati e stanchi,
Pur la disperazion gli fa far prora
Da cavalier ben valorosi e franchi;
Ma quello ajuto (oimè) poco gli giova
Perch’il Ciel vuoi ch’al Re la vita manchi,
E che Mercurio ornai porti la gloria
Dell’acquistata trionfal vittoria.

Per uccider il Re s’ aggira, e volve
La nera donna, e mette ogni potere
Ma torsi pria dinnanzi si risolve
Color che far la potean pur temere;
Né cessò fin che nell’immonda polve
Gli fece ad un ad un morti cadere
Per poter più sicura, e senza inciampo
Scorrer vittoriosa in mezzo al campo.

Come friggono i lampi, e le facelle
Quando l’Aurora il sen apre, ed ascende
Nel Cielo, e ’l lume delle tue fiammelle
Vener ancor lassù chiara risplende,
Chiamò le stelle, e ’l Ciel più volte avaro,
E di perfidia e crudeltà ripieno
Disdegnoso, e superbo bestemiollo
Nell’altrui forze alfin condotto Apollo.

Mercurio tutto allegro del successo
Felice insin al ciel manda la voce
E a quel che poco fa si tenea oppresso
Tornò ’l vigore, e si fe’ più feroce;
E la Regina che gli stava appresso
Morta mandò giuso alla Stigia foce;
E di lei trionfò, ch’or vinta, e intera
Sì fiera fu contro i nemici in guerra.

Ma vivo in quell’onor si tenne poco
Il cavalier che la Regina uccise,
Ch’il Re la spada nel medesmo loco
In vendetta di lei tutta gli mise.
Non lascia Febo il sanguinoso gioco,
Sebben ha le sue schiere arse, e conquise:
Ma combatte anco, e se ben perso teme,
Sue reliquie va pur mettendo insieme.

Egli dunque nel ciel guarda, e sospira
Pigliando or quinci or quindi incerta strada
E pel diserto campo sì raggira,
Né finalmente sa dove si vada;
Sol fuggendo dall’oste si ritira
Vicino ognor più all’ultima contrada;
Perché ’l Re ’l segue, e gli è sempre alle spalle
Lasciando ov’ha a fuggir libero il calle;

Poiché incalciato a passo a passo il vede
Esser ornai nelle supreme sponde,
E che più fuga il ciel non gli concede
La nera donna andò nelle seconde
Sedi, acciò che ritrar non possa il piede,
Né quindi più fuggir, né gire altronde;
Sicché del voto campo altra che questa
Ultima strada al miser Re non resta.

Il nero contro al bianco afflitto e lasso
Con tal velocità dietro cammina,
Che senza impedimento in breve passo
Appresso un grado sol se gl’avvicina;
Si fermo e’l bianco d’ogni speme casso:
Ma più nell’arrivar della Regina,
La qual poi che veduto ebbe il suo sposo
Più non gli parve star ferma in riposo.

Veloce corre all’ultimo sentiero
Il qual per tutto ella occupa, e minaccia
Tanto che vinto alfin non fa mestiero
Che il Re più per scampar disegno faccia,
Perciò ch’il brando sanguinoso e fiero
La Regina crudel nel cor gli caccia;
E in questo modo la fortuna ingrata
Termine impose alla crudel giornata.

Fece Mercurio gran festa, e con lui
Ogni altro Dio fu d’allegrezza pieno.
D’Apollo si ridean, che per l’altrui
Vittoria ’l volto si teneva in seno.
Giove a Mercurio diè ’l baston, per cui
Possa dal centro su nel ciel sereno
Trar l’alme, e le nocenti al cieco Inferno,
Mandar di Lete al sonno sempiterno.

Poi n’insegnò qua su quel gioco grato
Lo Dio; ma pria l’uso in Italia messe
Poiché (come si dice) avendo amato
Una quanto mai ’l Sol bella vedesse
Ninfa di Serio, mentre in un bel prato
Pasceva i bianchi cigni all’ombre spesse,
Si godé del suo amore: onde ella molto
Si dolse, e si graffiò le treccie, e ’l volto.

Onde lo Dio per remunerar quella
Ninfa, e dar al suo mal qualche ristoro,
Ch’avea del caro onor perduto, ond’ella
Ne dimostrava, e fea sì gran martoro,
Una tavola diede ornata, e bella
A lei variata a gemme, argento, ed oro,
E ’l modo gl’insegnò, tal che per questa
Ninfa l’onor, e ’l nome al gioco resta.

Gioco che tanto è celebrato, e tanto,
Non sol l’inclita Roma in pregio tiene:
Ma ancor l’onora ’l Mondo tutto qnanto
Dalle vicine alle più estreme arene.
Or queste cose ch’io descrivo e canto,
Già mi dettar le serie Ninfe amene,
Mentre ch’io andavo del bel Serio un giorno
Givan cantando alle patrie onde intorno.

 

 

           
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