L’Adone

 

~ estratto ~
 

 


di Giovambattista Marino

 


 

Apparso a Parigi nel 1623, il poema «L’Adone» di Giovambattista Marino (1569-1625) contiene una “descrizione poetica” del gioco degli scacchi. Questa parte venne scelta nel 1796 da L. Nardini e S. Buonaiuti per la loro antologia «Saggi di prose e poesie de’ più celebri scrittori di ogni secolo» (stampato a Londra) e presentata con il titolo «Descrizione della scacchiera, e regole per il giuoco degli scacchi»: è in questa edizione che viene di seguito riportata.

 


Ottave 120-137



Sessanta quattro case in forma quadra
Inquartate per dritto e per traverso
Dispon per otto vie serie leggiadra,
Ed otto ne contien per ciascun verso.
Ciascuna casa in ordine si squadra
Di spazio egual, ma di color diverso,
Che alternamente a bianco e brun distinto
Qual tergo di dragon tutto è dipinto.
Scambievolmente al bianco quadro il nero
Succede e varia il campo in ogni parte
Or qui potrai, quasi in agon guerriero
(Disse la Dea) veder quanto può l’arte,
Dico di guerra un simulacro vero,
Ed una bella immagine di Marte,
Muovere assalti, e stratagemmi ordire,
E due genti or combattere or fuggire.
Ciò detto versa da bell’urna aurata
Sul tavolier di calcoli due schiere,
Che di tornite gemme effigiata
Mostran l’umana forma in più maniere.
L’una e l’altra falange è divisata
Là di candide insegne, e qui di nere,
Son di numero pari e di possanza
Differenti di nomi e di sembianza.
Sedici sono e sedici, e siccome
Vario è tra loro il loro bianco e ’l bruno,
E varia han la sembianza e vario il nome,
Così l’ufficio ancor non è tutt’uno:
Havvi Regi e Reine, ed ha le chiome
Di corona real cinte ciascuno;
V’ha Sagittarj, e Cavalieri, e Fanti
E di gran Rocche onusti alti elefanti.
Ecco son già gli eserciti disposti,
Già ne’ siti Sovrani e già negl’imi
Son divisi i quartier, partiti i posti:
Stan nell’ultima linea i Re sublimi,
E quinci e quindi entrambo a fronte opposti
La quarta sede ad occupar van primi,
Ma ’l canuto Signor ch’è l’un di loro
Preme l’oscura, tien l’eburnea il Moro.
La Regia Sposa ha ciascun Re vicina,
Un l’ha dal destro lato, un l’ha dal manco,
Tien campo a se conforme ogni Reina,
La fosca il fosco tien, la bianca il bianco,
Ne la fila medesima confina
Gemino Arcier da questo e da quel fianco;
Questi la rissa a provocar sen vanno,
E de la real coppia in guardia stanno.
Non lontani a cavallo han due Campioni
In pugna aperta a guereggiar accorti,
E ne l’estremità de’ duo squadroni
L’Indiche Fere gli angoli fan forti;
Otto contr’otto assiston di Pedoni;
In ordinanza poi doppie Coorti,
Che a’ primi rischi della guerra avanti
Portano i petti intrepidi e costanti.
Volge a Cillenio in questo tempo i preghi
Ciprigna bella, e con que’ dolci vezzi,
A cui voglia non è che non si pieghi,
Anzi marmo non è che non si spezzi,
Chiede che ’l modo al bell’Adon dispieghi
Di dar regola al giuoco e moto ai pezzi,
E quei fra mille Amor che stanno attenti
Ammaestrando il va con questi accenti.
Pugnasi a corpo a corpo, e fuor di stuolo
Quasi in steccato ogni guerrier procede;
Se un bianco esce di schiera, ecco ch’a volo
Da la contraria uscir l’altro si vede;
Ma con legge però che più d’un solo
Muover non possa in una volta il piede,
E van tutti ad un fine, in stretto loco
Con la prigion del Re chiudere il giuoco.
E perch’egli più tosto a terra vada,
Tutti col ferro in man s’aprono i passi,
Chi di qua, chi di là sgombra la strada,
Pian pian men folta la campagna fassi.
All’uccisor, se avvien ch’alcun ne cada
Del caduto avversario il loco dassi;
Ma campato il periglio, eccetto al Fante,
Lice indietro a ciascun ritrar le piante.
Del marciar, del pugnar nel bel conflitto
Pari in tutti non è l’arte e la norma;
Varca una cella sol sempre per dritto
Contro il nemico la pedestre torma;
Se non che quando alcun ne vien trafitto,
Si feriscon per lato, e cangian forma;
E ponno nel tentar del primo assalto
Passar duo gradi, e raddoppiare il salto.
Può da tergo e da fronte andar la Torre,
Porta a destra ed a manca il grave incarco,
Ma sempre per diametro trascorre,
Nè sa mai per canton torcere il varco.
Sol per sentiero obliquo il corso sciorre
E’ dato a quel ch’ha le saette e l’arco;
Fiancheggiando si muove, e mentre scocca
L’un e l’altro confin del campo tocca.
Il Cavallo legger per dritta lista,
Come gli altri l’arringo, unqua non fende,
Ma la lizza attraversa, e fiero in vista
Curvo in giro e lunato il salto stende,
E sempre nel saltar due case acquista,
Quel colore abbandona e questo prende;
Ma la Donna Real vie più superba
Ne’ suoi liberi error legge non serba.
Per tutto erra costei lunge e da presso,
E può di tutti sostener la vice,
Salvo che in cerchio andar non l’è permesso,
Saltellar, volteggiar le si disdice,
Privilegio al destrier solo concesso;
Corvettando agitarsi altrui non lice:
Nel resto poi, se non ha intoppo al corso
Non trova al suo vagar meta nè morso.
Muove l’armi più cauto il Re sovrano,
In cui del campo la speranza è tutta,
Chè s’egli prigionier trabocca al piano
L’oste dal canto suo riman distrutta;
Quinci per lui ciascuno arma la mano,
Per lui s’espone a perigliosa lutta,
Ed egli spettator de la contesa,
Cinto di guardia tal non teme offesa.
Poco intende a ferire, e per l’aperto
In pubblica tenzon raro contrasta,
Non è questo il suo fin, ma ben coverto
Da l’insidie schermirsi assai gli basta;
Pur se contro gli vien duce inesperto
Sa ben anco trattar la spada e l’asta;
Colpisce e nuoce, e poichè ’l seggio lassa
Di più d’un quadro il termine non passa.

 

 

           
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