Dalla Torre

 di

 Francisco de Quevedo

 

 Ritiratomi in pace tra i deserti
 in compagnia di pochi libri dotti,
 vivo in conversazione coi defunti
 e sto a sentire coi miei occhi i morti.

 Se non sempre compresi, sempre aperti,
 incitano o correggono i miei assunti,
 ed in muti armoniosi contrappunti
 parlano al sogno della vita desti.

 Le anime grandi escluse dalla vita
 le libera dal tempo, vendicandole,
 o grande don Josef, la dotta stampa.

 Nel corso irrevocabile dell’ore,
 qualcuna d’esse segni a suo favore
 che leggere e studiare ci migliora.

 

La Torre a cui si riferisce il poeta è la Torre de Juán Abad, nel Ciudad Real (Spagna).
La Torre apparteneva al feudo di Quevedo, ed egli vi fu più volte confinato.
José González de Salas annota: «Mi mandò quest’eccellente sonetto della Torre alcuni anni prima del suo ultimo incarceramento».
Quevedo visse molto tempo nella Torre de Juán Abad, vi scrisse molte delle sue opere e vi morì l’8 settembre 1645.


L’osservatorio della Torre in cui lavorò Quevedo è sulla sinistra


Particolare della Torre

Pochi libri dotti: nella versione non ha trovato posto un terzo aggettivo, juntos, “riuniti”, a proposito del quale scrive González de Salas:
«Allude scherzosamente alla circostanza che li teneva quasi sempre sparpagliati in posti diversi». (nota del traduttore, Vittorio Bodini)

 

             
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