Prometeo  di Lord Byron

 

George Gordon (Lord) Byron (1788-1824) scrisse questo poema
durante il suo soggiorno a Villa Diodati, sulle sponde del Lago di Ginevra, nel 1816,
durante il suo volontario esilio dalla Gran Bretagna.

 

1

 

Titano! Ai cui occhi immortali
    le sofferenze della mortalità,
    viste nella loro triste realtà,
non erano come cose che gli dèi disprezzano;
quale fu la ricompensa della tua pietà?
Un soffrire silenzioso e intenso;
la rupe, il vùlture, e la catena,
tutto ciò che gli orgogliosi riescono a sopportare,
l’angoscia che non mostrano,
il senso soffocante della sventura,
che non parla se non in solitudine,
e poi è geloso per tema che il cielo
abbia chi l’ascolti, né emetterà un sospiro
finché la sua voce non sia priva di eco.

 

 

 

2

 

Titano! Ti fu data battaglia
    tra la sofferenza e la volontà
    che torturano quando non possono uccidere;
e il Cielo inesorabile
e la sorda tirannia del Fato,
il dominante principio dell’Odio,
che per il suo piacere crea
le cose che può annientare,
ti rifiutarono anche il favore di morire:
il dono miserabile dell’eternità
fu tuo – e tu l’hai ben sopportato.
Tutto ciò che il Tonante ti estorse
fu la minaccia che su di lui
respinse i tormenti della tua tortura;
il fato che prevedesti tanto bene
ma che per non placarlo tacesti;
e nel tuo Silenzio fu la sua Sentenza,
e nella sua Anima un vano pentimento,
e un terrore malvagio mascherato così male
che nella sua mano tremarono i lampi.
 

 

 

3

 

Il tuo delitto divino fu l’essere gentile,
di rendere con i tuoi precetti la somma
dell’umana infelicità minore,
e di rafforzare la mente dell’Uomo;
ma pure impedito come tu fosti dall’alto,
nella tua energia paziente,
nella resistenza, e rifiuto
del tuo Spirito impenetrabile,
che Terra e Cielo non poterono sconvolgere,
ereditiamo una lezione imponente:
sei un simbolo e un segno
ai Mortali del loro fato e forza;
come te, l’Uomo è in parte divino,
una corrente intorbidita
sgorgante da una fonte pura;
e l’Uomo parzialmente può prevedere
il proprio destino lugubre;
la propria miseria e resistenza,
e la propria triste esistenza senza alleati:
a cui il suo Spirito può opporsi,
all’altezza di tutti i dolori,
e una volontà ferma, e un profondo sentire
che persino nella tortura sa scorgere
la propria segreta ricompensa;
trionfando là dove osa gettare la sfida,
e della Morte facendo una Vittoria.

Traduzione di Tommaso Kemeny

 


Heinrich Füger, “Prometeo dona il fuoco all’umanità” (1817)

 


Peter Paul Rubens, “Prometeo incatenato” (1612)

 

 

 


Gustave Moreau, “Prometeo in catene” (1868)

 


Francesco Scaramuzza, “Prometeo ruba il fuoco agli dèi”

 

            
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