Natale

precluso

(1958-1959)

di

André Frénaud

 

 

 

È Natale e io non ci sono

quando il fuoco gioca con la neve.

Le stelle brillano nel vischio.

Abeti spuntano dalle finestre.

 

Manzi rizzati nei negozi.

Carni solenni, inghirlandate.

La via s’affretta, le porte s’aprono.

Ognuno entra, viene accolto.

Dipinti agnelli, l’ardente paglia.

Indugio rasentando i muri.

Chi mai può dire se mi sottraggo

o se sono escluso?

 

È la notte della comunione.

L’apparato, i preparativi.

L’ignorato prodigio promesso.

La data giunta: aspettazione.

Mezzanotte suona, tutto rifiorisce.

Il banchetto segue la sacra mensa.

Han ritrovato le lor canzoni,

sia che bevano, sia che preghino.

 

Tutte le gioie fuse in una,

le luci e la musica.

Se ne stanno su piume d’angelo.

Spuma e cristalli, assorti palpiti,

scoppi di risa, allegria piena.

I doni apparsi nel focolare;

i bimbi, i magi che li festeggiano.

Sogno e frastuono han sfolgorato.

 

Me no vo pei lungosenna sfatti

in bianco manto sotto la pioggia,

fra gli sperduti palazzoni

nei cortili che stanno in agguato

e sotto il firmamento brinato,

finché stanco di camminare

non mi sdraierò fra i cani.

La loro vita vale la mia.

 

 

Starò lì senza riposarmi

arso da dura assenza,

ardente senza che nulla sgorghi,

senza lacrime per consolarmi,

senza rimorso né odio,

qualche parola da rimuginare

e la bottiglia per compagnia.

 

 

Fratello senza un fratello amico,

senza ch’io stesso mi voglia bene,

amore senza persona amata,

senza casa per rischiararmi,

senza bue per riscaldarmi,

né un asino dagli occhi grevi.

 

 

 

Per la strada o nel mio letto,

io mi corico e rinascerò

anno per anno ancor più freddo.

Me ne sto e non dico motto,

senza finire né cominciare,

senza morire né esistere,

agitato senza ergermi dritto,

sparso nella mia terra gelida,

in questa tomba cui mi riduce

la mia vita che non mi vuol bene.

 

Ma il mio deserto lo voglio ornare

di tante luci,

di bucaneve e di tante arance,

farmi fuoco che brilli azzurro

e ascendere fra le nuvole,

perché sia miracolo.

 

Per ricominciar domani

ad avere un cuore vuoto?

 

Pietà su me. A che pro fingere

una schiarita per allietarmi.

Chiaror sognato, sogno vano.

Da solo a solo, festa non c’è.

Notte infantile, infantile fuoco,

donatore che nulla dona a sé.

 

Rincasa ognuno. La moltitudine

s’è sepolta nelle case pallide.

La gioia vacilla, l’alba si sgretola.

La notte rimastica le gocce fredde.

Presso anneriti candelabri,

in cucina come in camera

rassegano le carni e i cuori.

 

Eppur l’amore è la nostra culla.

Esso ci chiama, esso ci spoglia.

L’uno dall’altro, ci fa nascere.

Avanza sempre, sempre al centro.

Il suo impero non poteva finire.

L’amor ci accende e ci trascina.

L’amor c’insegue e ci consuma.

Si volge altrove, colpisce altri.

Ben più distrugge quando più non è.

 

Senza di lui son staccato da tutto.

La battaglia non ha più un volto,

non ha più emblema né ragione.

Il castello che brillava, oscuro,

di palpitare ha smesso, precluso.

A che pro volervi inseguire

una virtù attraverso il dolore

se più nulla ormai fa fede?

 

Sono qui nella stessa pelle,

petto a nessun petto unito,

 

 

solo e in me stesso diviso,

senza accesso all’azzurra unità.

Nel vuoto dove a stento respiro,

sotto la discorde energia,

topi ghignano e si lamentano,

bisogna vegetar con loro,

masticare il tempo, sorridere.

Bisogna, ma perché?, sforzarsi

sui sentieri della vana speranza.

 

Forse allora,

fra le battaglie aggrovigliate,

malgrado il sempre vinto sforzo,

se verrà il giorno favorevole

quando ad un tratto sarò messo al mondo,

figlio della terra e della mia vita,

da me uscito e ancora me stesso,

quale il barbaglio d’un’acqua morta

se un sole rosso l’ha colpita,

quando la brama m’afferrerà,

dritto lo sguardo e forti le mani,

in luminoso manto di sangue,

sbiadito il grappolo di lacrime

gli occhi il dolore massacrando.

 

Forse allora scherzeranno gli alberi,

colombacci saran sugli abeti

e tante stelle sulla neve.

L’arcobaleno s’alzerà fra i cuori,

lo spirito s’illuminerà.

Forse allora. Forse, no.

Nessuna grazia ti fu promessa.

Non durerà alcuna schiarita.

 

Tu vuoi trovare l’inesauribile.

Caduti i corpi sui bianchi lini,

neve conquisti che si squaglia.

Senza misura il fuoco fiuti.

Fallisci, e ancora t’accanisci.

Poco ricordi i freddi piaceri.

 

L’ora che senza distrarci fruscia,

le cupidigie ed il destino,

la paura che restringe i giorni,

il minor impeto, lo spavento.

Segreto, incontro a nulla t’avvii,

infagottato negli anni, e scricchioli.

L’inverno, il gelo senza stagione nuova.

 

 

Indietreggi, vai a confonderti

con l’erba e i nuvoli. Va’ dunque

in quella grande e piena orchestra.

Addio allo sforzo ed alla luce,

perse speranze d’un bimbo morto.

Vane son le opere che portò in seno,

se Natale gli fu precluso. 

 

Immagine: “Natale Mancato” (1966), di Friedensreich Hundertwasser

 

 

           
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