Canto carnascialesco:

Canzona de’ pazzi

 

 

 

 

Quel che la nostra superba pazzia

punisce nel profondo,

vuol ch’oggi noi mostriamo a tutto il mondo

che ciascun ha un ramo di pazzia.

Pazzi son tutt’i ciechi innamorati,

perché son sempre il giuoco della gente;

pazzi tutti i soldati

ch’a morir vanno quasi per niente;

pazzo è ciascun vivente;

ma più chi vuol coprir la suo pazzia.

Pazzi son tutti i prìncipi e’ signori,

potendo stare in pace, e voler guerra;

i stoici e’ dottori

che tengon pazzo chi spesso manco erra;

pazzo chi crede in terra

non aver questo ramo di pazzia.

Pazzi i religiosi tutti quanti,

per la pazza ambizion che regna in loro;

pazzi tutti i mercanti,

perché sempre il lor fin pongon nell’oro;

pazzo chi col tesoro

pensa di ricoprir la sua pazzia.

Pazzi la plebe e tutti gli artigiani

che speron da’ più ricchi aiuti e doni;

pazzi i servi e i villani

che stenton perché godino i padroni;

pazzo chi ’n festa e ’n suoni

vive, e chi troppo piange suo pazzia.

Pazzo chi troppo s’affatica e spende

per dare a ingrati e ’nvidiosi piacere;

pazzo chiunche riprende

senza far prima l’opre suo vedere;

 

pazzo chi vuol sapere

più i casi d’altri che la suo pazzia.

Pazzo chi troppo crede e chi tropp’ama,

e pazzo chi non ha fé né amore;

pazzo chi sé infama

per fare ad altri e utile e onore;

pazzo chi ’l suo errore

si crede ricoprir colla pazzia.

Pazzo chi mai a’ suo’ casi non pensa,

e chi troppo in pensar stilla il cervello;

pazzo chi ’l suo dispensa

senza misura e resta poi l’uccello:

ma peggior pazzo è quello

ch’unisce la malizia alla pazzia.

Pazze tutte le donne che la morte

son di chi l’ama e volte a ogni vento;

pazzo chi vive in corte

per morir ’n una fossa poi di stento;

pazzo chi qua contento

spera di star in mezzo alla pazzia.

Ma, benché la pazzia sia dolce cosa,

e chi più n’ha, men si conosca infetto;

quel che nel ciel si posa

vuol che da noi (che ’l provian) vi sia detto

ch’ogni vostro difetto

non fia da lui scusato per pazzia.

Stende i suoi rami sopra i mortai tutti

l’arbor della pazzia; e da quel coglie

giovani, belli e brutti,

vecchi, donne, ciascun poi che ne toglie,

chi ramucci, chi foglie,

chi l’abbraccia e chi in cima ha la pazzia.

 

 

Immagine: “Combattimento fra Carnevale e Quaresima” (1559) , di Pieter Bruegel il Vecchio

 

 

 

 

Con il termine Canti carnascialeschisi definiscono alcuni componimenti, costituiti da versi brevi e destinati alla musica, che venivano cantati durante il carnevale da cori mascherati, nella Firenze dei secoli XV e XVI.

Secondo Giorgio Vasari l’iniziatore di tale usanza sarebbe stato Lorenzo il Magnifico con il Trionfo di Bacco ed Arianna, altri invece vedono in lui solo un geniale riscopritore.

L’origine in realtà molto antica di questi canti si fa risalire ai Saturnali dei Romani e alle feste dei Pazzi medievali. Nelle loro composizioni, Lorenzo il Magnifico e gli altri autori della sua cerchia raccolsero la tradizione orale popolare e la incrociarono con quella colta, creando un nuovo genere letterario.

I temi cantati, scherzosi e spesso scurrili, riguardavano oggetti e situazioni della vita quotidiana, in una frequente commistione di sacro e profano, comico e serio, allegro e triste.

In otto preziosi manoscritti, conservati alla Biblioteca Nazionale di Firenze, ci sono pervenuti una settantina di Canti carnascialeschi con la notazione musicale. Le composizioni sono a tre o a quattro voci, per lo più con ritmo binario, frasi musicali piuttosto brevi e cadenze conclusive ben definite. La struttura metrica dei testi ha una forma simile alla ballata, che viene generalmente definita con il nome di frottola: una sequenza di stanze, per lo più di ottonari, alternate a un ritornello. (Elvira Marinelli)

 

 

 

 

           
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