Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

di Cesare Pavese

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti
.

 


(foto di sfondo: Liv Ullmann in un fotogramma tratto dal film “Persona” di Ingmar Bergman)

 

 

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Ascolta questa poesia cantata da Claudio Lolli

 
 

 

 

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” appartiene al gruppo di dieci poesie, di cui due in inglese, che Pavese scrisse tra l’11 marzo e l’11 aprile del 1950 per l’attrice americana Constance Dowling, da lui conosciuta in quel tempo, e di cui troviamo traccia nel suo diario.

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” è datata 22 marzo 1950. Il Poeta si trovava a Cervinia da qualche giorno, come risulta dal diario del 6 marzo: «Stamattina alle 5 o 6. Poi la stella diana, larga e stillante sulle montagne di neve. L’orgasmo, il batticuore, l’insonnia. C. è stata dolce e remissiva, ma insomma staccata e ferma. Il cuore mi ha saltato tutto il giorno, e non smette ancora. Da tre notti quasi non dormivo. Parlavo, parlavo».

Nel breve diario del 9 marzo leggiamo, tra l’altro: «È così buona, così calma, così paziente. Così fatta per me. Dopotutto è lei che mi ha cercato...».

Dal diario dei giorni successivi traspare una situazione amorosa profondamente turbata dallo stato fisio-psichico del Poeta, che vi accenna fin dal 6 marzo, in questi termini: «Sono molto deteriorato, dal ’34 e dal ’38. allora ero smaniosissimo ma non malato».

Qualche giorno dopo Constance parte da Cervinia, e nel diario del 22 marzo, data della composizione di ↨Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, il Poeta scrive: «Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe essere morta. Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale...».

Poi la partenza di Constance per l’America, dove si sarebbe trattenuta per due mesi. Dolorosa è l’attesa del Poeta, che l’8 maggio scrive: «È cominciata la cadenza del soffrire. Ogni sera, sull’imbrunire, stretta al cuore, fino a notte». Il 16 maggio: «Adesso il dolore invade anche il mattino». La speranza affiora il 22 giugno: il Poeta partirà l’indomani per Roma; i due mesi sono trascorsi... Poi il crollo finale, dopo nuovi fallimenti amorosi... A Torino, il 14 agosto, scrive: «E anche lei finisce allo stesso modo. Anche lei. Va bene. Sono onde di questo mare».

Delle dieci poesie che chiudono la più triste avventura sentimentale di Pavese, pubblicate postume nel 1951, l’ultima, in inglese, può meglio introdurci nella tematica della lirica “Verrà la morte...”. Il Poeta la scrisse, probabilmente a Roma, l’11 aprile del 1950, dopo la partenza di Constance. Ne diamo la traduzione letterale di Italo Calvino, che ha curato l’edizione definitiva di tutte le poesie di Pavese. Sono tre brevi quartine: «Era solo un flirt, / tu certo lo sapevi: / qualcuno fu ferito, / tanto tempo fa. / E tutto è lo stesso. / Il tempo è passato; / un giorno venisti, / un giorno morirai. / Qualcuno è morto, / tanto tempo fa: / qualcuno che tentò / ma non seppe».

Nel diario, alla data del 25 marzo 1950, quindi tre giorni dopo la stesura di “Verrà la morte...”, scrisse: «Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, infermità, nulla».

In questa disperazione umana («... manca la carne, manca il sangue, manca la vita», scrive il 17 agosto 1950), fiorisce la lirica “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.

Il Poeta pensa al momento in cui la morte verrà a ghermirlo, e immagina che avrà gli occhi di Constance, perché ora, quando si guardano, egli vede che l’espressione di lei è di sgomento e di delusione, come se vedesse in lui un essere già privo di vita. È così, infatti, perché egli sente che la morte lo accompagna dal mattino alla sera, insonne, sorda... Sono aggettivazioni che chiaramente preludono ad una volontà suicida: la morte bussa alla porta con insistenza, lavora sordamente a demolire le residue resistenze dell’animo: è come un vecchio rimorso o un vizio assurdo... Per liberarsene c’è solo un mezzo: spalancarle le braccia come se fosse lei, Constance, che ora lo guarda muta, sconvolta... Anche la morte avrà quegli occhi: saranno una vana parola, un grido taciuto, un silenzio, come adesso nei loro desolati incontri: amore e morte ad un tempo.

Quei suoi occhi, che feriscono crudelmente il Poeta, lei li rivede ogni mattina quando si scruta dentro, fissandosi nello specchio e pensando a lui. È uno sguardo definitivo, ultimo, che non potrà ormai più cambiare: sarà quello che lei donerà alla morte quando verrà a farlo suo, in un amplesso che gli toglierà dal cuore ogni illusione terrena.

Non sfugga, al lettore, che il Poeta usa il plurale non per legare la sua prevista sorte mortale a quella di Constance, ma per dare al dramma della sua morte una coralità universale. Così fa riferendosi alla speranza, che ci accompagna fino al passo estremo, quando finalmente sapremo anche noi (la speranza già lo sa), che è la vita ed è il nulla, poiché dopo l’esistenza terrena scenderemo nel gorgo muti, come dice il Poeta alla fine, con immagine pittoresca che fa andare col pensiero ai classici fiumi dell’oltretomba pagano.

Per tutti la morte ha uno sguardo, afferma il Poeta all’inizio della seconda strofa. Di chi? Di coloro che più ci hanno fatto soffrire in vita, accelerando la nostra fine? È pensabile. Per lui, la morte avrà gli occhi di Constance.

 

(da Antologia popolare di poeti del Novecento, a cura di Vittorio Masselli e Gian Antonio Cibotto)

 

 

 

Elaborazione grafica a cura di Poesie in forma di rosa

 

           
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