L’anima piena di stelle

 

 

Speciale Francisco López Merino

 

 

 

 

La mia anima si riempie di stelle

(El alma se me llena de estrellas)

 

 

Una domenica perpetua

 

 

di Juan Lamillar

 

 

Traduzione a cura di Poesie in forma di rosa

 

 

Nel recente Borges. Splendore e caduta, di María Esther Vásquez, è riprodotta una fotografia dell’agosto 1926, in cui vediamo due giovani poeti argentini seduti sopra una panchina del Giardino Zoologico di Buenos Aires. I due hanno firmato quella fotografia, come ricordo: Jorge Luis Borges si sarebbe soffermato già allora ad ammirare l’oro delle tigri che sempre lo affascinarono e accanto a Francisco López Merino avrebbe passeggiato, in quel «mese cupo», «il fantasma inarrestabile della nevrosi».

La lucida longevità, lo splendore e la fama furono per Borges; la prematura caduta e il relativo oblio, per López Merino. Il suo fantasma lo spinse a cercare la morte, «per propria mano», nel 1928, prima di compiere ventiquattro anni. María Esther Vásquez ci racconta: «Alcuni giorni prima Panchito, come lo chiamavano affettuosamente, si era recato in visita dai Borges. Al momento di ritirarsi, si congedò da Jorge Guillermo e da Leonor con una certa solennità; ma poiché quello era il suo stile, non diedero importanza alla cosa. Il 22 maggio, Leonor compiva gli anni e durante i festeggiamenti arrivò la notizia del suicidio. Restarono pietrificati, Leonor aveva in mano una coppa piena di champagne, la scagliò a terra, dicendo: “La festa è finita”».

 

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Francisco López Merino nacque a La Plata, nel 1904. Dal punto di vista letterario, risulta collegato a due riviste: a La Plata, a Valoraciones, e a Buenos Aires, più per amicizia che per estetica, al gruppo di Martín Fierro, il cui primo numero  uscì nel febbraio del 1924. Pubblicò tre raccolte di poesie: il prematuro e ripudiato Canzoni interiori e altre poesie (1920), Tono minore (1923) e Le sere (1925).

Nel 1931, in concomitanza con l’inaugurazione di un busto del poeta nel Bosque di La Plata, fu pubblicata la sua Opera Completa che comprende, oltre alle raccolte del 1923 e 1925, ventuno poesie inedite. Il volume si conclude con testi di omaggio: spicca fra questi (Pedro Miguel Obligado, Ricardo L. Molinari, Fernández Moreno…) la poesia di Borges, già pubblicata in Quaderno San Martín.

Il cinquantesimo anniversario della sua nascita fu commemorato con un breve volume fuori commercio che raccoglie articoli sul poeta e le sue tematiche.

Anche se López Merino frequentò gli autori dell’avanguardia, e non solo nelle sue imprese letterarie (fu il vicetesoriere di un curioso Comitato Yrigoyenista di Giovani Intellettuali, fondato e diretto da un sorprendente Borges, e nel quale figuravano, fra gli altri, Raúl González Tuñón, Macedonio Fernández e Roberto Arlt), non ha nulla a che vedere con le nuove tendenze. La sua opera appartiene all’ancien régime poetico: parte dal simbolismo ed indugia in un modernismo tardivo e minore. Minore, non in senso qualitativo, ma per  quanto riguarda l’atmosfera e lo stile. Lontano dalle metafore splendenti, dalle ricche sonorità e dall’esotismo, la poesia di López Merino è caratterizzata da un volontario raccoglimento, che definisce il suo mondo e la sua espressione. Tono minore non è, quindi, un titolo casuale.

Dietro a questa poesia e in questa poesia ci sono Albert Samain, Francis Jammes, Georges Rodenbach, il Juan Ramón più simbolista e, in misura minore (una citazione, il loro nome in una poesia), altri francesi maggiori: Musset, Baudelaire, Mallarmé. Come osserva Ángel Mazzei: «La lettura assidua dei poeti del Mercure de France lo portò ad amare l’ordine, la precisione delle cose, la melodia inestinguibile che nasce dal silenzio». «Dovrei essere più lieve affinché tu mi comprenda»: questo verso riassume il tono ed il proposito dell’opera di López Merino, per il quale gli ingredienti di una poesia erano sempre «dolcezza, musica e trasparenza». Tuttavia quella trasparente levità sottendeva un mondo personale limitato, ossessivo ed un punto malsano: quello di una prolungata e problematica adolescenza.

Una visione idealizzata dell’infanzia percorre tutta la sua poesia perfino le poesie che rimasero inedite: case, cortili, domeniche infantili. L’infanzia si presenta come l’epoca della scoperta del mondo, come il territorio della poesia: «La mia infanzia, che fu una lunga sera / prigioniera in un vasto giardino sabbiato, / con cieli d’acquerello e pioppi melodiosi…».

Quando López Merino ha 18 anni muore sua sorella Meke, due anni maggiore di lui, compagna di sogni d’infanzia e confidente: la sua assenza è presenza costante in questi versi. Oltre a quest’ombra, altre donne passano attraverso queste pagine senza far rumore: la madre, col suo pianto silenzioso; le cugine dolcemente provinciali con le loro rose e i loro poeti francesi; la fidanzata, quasi un pretesto «per scriverle versi o regalarle un libro di Jammes», una fidanzata languida e quasi incorporea (non c’è passione, non c’è erotismo nelle poesie) che abita «in una via dove è sempre domenica».

Poeta di mondi circoscritti, López Merino è anche cantore (o piuttosto acquerellista) della sua città: una città intravista, abbozzata, fatta di dettagli e di istanti: una strada solitaria, le foglie degli alberi, il suono delle campane.

Le campane sono un altro dei caratteri distintivi di questa poesia: provengono da Francis Jammes, dalla sua atmosfera umile e rurale (Dall’Angelus dell’alba all’Angelus della sera: «Sopra le verdi pendici, campane della domenica») e il loro suono ci conduce a quel tempo delle domeniche, che qui assurge quasi a categoria metafisica.

Spazio e tempo: la città, e i suoi giorni riassunti in uno solo: la domenica, libera dal fardello tedioso e asfissiante con il quale ci giunge negli altri poeti dell’epoca. López Merino ci dice di amare «veramente la placida pace che si diffonde nell’atmosfera della mia città e l’ozio dilatato che trasforma i giorni della settimana in una perpetua domenica». Negli interni domestici, cogliamo uno sguardo attento ed ossessivo nei confronti degli oggetti: i libri, gli specchi e, con valore simbolico, le lampade. «Francescana e semplice»: così Federico de Onís vedeva la poesia di López Merino, ma non la si deve confondere con «ingenua», poiché c’è una rara e sottile sapienza in quell’approssimarsi all’intimità e alla semplicità. Quelle «meraviglie dell’ordinario» compaiono qui in versi di arte minore, in qualche sonetto e, soprattutto, in alessandrini cadenzati, con la loro nitida monotonia.

Con quel bagaglio anteriore di malinconie e solitudini, d’infermità e assenze, non si può esser altro che un poeta di sere e di crepuscoli, di piogge e di autunno; non si può che guardare indietro nel tentativo di recuperare l’infanzia, quel paradiso perduto che potrebbe aprirsi con una chiave doppia e magica: le campane e le domeniche. 

 

 (Prologo da Francisco López Merino, Antología  Poética, 1997)

 

                                              
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