Giorno

di

Gabriela Mistral

 

Día, día del encontrarnos,
tiempo llamado Epifanía.
Día tan fuerte que llegó
color tuétano y ardentía,
sin frenesí sobre los pulsos
que eran tumulto y agonía,
tan tranquilo como las leches
de las vacadas con esquilas.

Día nuestro, por qué camino,
bulto sin pies, se allegaría,
que no supimos, que no velamos,
que cosa alguna lo decía,
que no silbamos a los cerros
y él sin pisada se venía.

Parecían todos iguales,
y de pronto maduró un Día.
Era lo mismo que los otros,
como son cañas y son olivas,
y a ninguno de sus hermanos,
como José, se parecía.

Le sonriamos entre los otros.
Tenga talla sobre los días,
como es el buey de grande alzada
y es el carro de las gavillas.

Lo bendigan las estaciones,
Nortes y Sures lo bendigan,
y su padre, el año, lo escoja
y lo haga mástil de la vida.

No es un río ni es un país,
ni es un metal: se llama un Día.
Entre los días de las grúas,
de las jarcias y de las trillas,
entre aparejos y faenas,
nadie lo nombra ni lo mira.

Lo bailemos y lo digamos
por galardón de Quien lo haría,
por gratitud de suelo y aire,
por su regato de agua viva,
antes que caiga como pavesa
y como cal que molerían
y se vuelquen hacia lo Eterno
sus especies de maravilla.

¡Lo cosamos en nuestra carne,
en el pecho y en las rodillas,
y nuestras manos lo repasen,
y nuestros ojos lo distingan,
y nos relumbre por la noche
y nos conforte por el día,
como el cáñamo de las velas
y las puntadas de las heridas!

 

 

Giorno, giorno dell’incontrarci,
tempo chiamato Epifania.
Giorno tanto forte da giungere
colore di midollo e ardore,
senza frenesia sui polsi
ch’eran tumulto e agonia,
tranquillo come lo è il latte
delle mandrie con sonagli.

Giorno nostro, per quale strada,
senza piedi, sarà venuto,
ché non sapemmo, non vegliammo,
nulla ce lo prediceva,
non fischiammo alle colline
e senz’orma esso veniva.

Sembravano tutti uguali,
e di colpo maturò un Giorno.
Era come tutti gli altri,
come le canne e le olive,
ma a nessuno dei suoi fratelli,
come Giuseppe, assomigliava.

Sorridiamogli fra tutti,
abbia statura sugli altri giorni,
come il bue di grande corpo
e il carro delle messi.

Lo benedicano le stagioni,
i Nord e i Sud lo benedicano,
e suo padre, l’anno, lo scelga
e lo faccia albero della vita.

Non è un fiume né un paese
né un metallo: si chiama un Giorno.
Tra i giorni delle gru,
delle sartie e delle trebbie,
tra utensileria e fatiche,
nessuno lo nomina o lo guarda.

Lo si balli e lo si dica
per ricompensa di Chi lo fece,
per gratitudine di suolo e d’aria,
pel suo ruscello d’acqua viva,
prima che cada come favilla
e come calce che macineranno
e si versino nell’Eterno
le sue specie di meraviglia.

Cuciamolo nella nostra carne,
nel petto e nelle ginocchia,
e le nostre mani lo accarezzino,
e i nostri occhi lo distinguano,
e c’illumini nella notte
e ci conforti lungo il giorno,
come la canapa delle vele
e i punti delle ferite!

 

 

Immagine: “Già riconosceva Dio come Padre” (1885), di Frederick Goodall

 

Gabriela Mistral è una poetessa cilena, nata nel 1889 e morta nel 1957. Scrive di lei Francesco Tentori Montalto, poeta, traduttore e ispanista: «Maestra rurale nelle Ande, confesserà che quel lavoro era per lei “tenerezza e creazione”, e porterà nella poesia un segno morale e un piglio di narratrice, un linguaggio sobrio ed elementare, che sembrano riecheggiare la sua fatica di educatrice. Di stirpe india, provò – si direbbe – un’attrazione fatalistica per il dolore. Fu premio Nobel nel 1945; console del Cile in vari paesi d’America e d’Europa, tra questi l’Italia. Frequente nella sua opera l’allusione al suo destino di pellegrina e ai cieli stranieri che hanno visto la dolorosa maschera india che era il suo volto.» (Poeti ispanoamericani del Novecento, Bompiani, 2004).

 

               

Ispano-americana ~ Poesie a tema

     

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