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Stefan George versus Nietzsche |
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Traduzione di Liliana Scalera (ad esclusione dell’ultimo verso che, per maggior fedeltà al testo originale ed al messaggio di George,
è stato modificato da “non parole, ma canto v’era in quell’anima nuova!” a “cantare avrebbe dovuto non parlare, quell’anima nuova!”)
Immagine: Viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer) (1818), di Caspar David Friedrich
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Nella sua poesia su Nietzsche, Stefan George dichiara in tono di rimprovero: “cantare avrebbe dovuto, non parlare quell’anima nuova!”. Queste parole vanno al cuore del problema fondamentale nella vita, il pensiero e le opere di Nietzsche: l’antagonismo fra l’immagine e il concetto, fra l’atto creativo che proclama il vero e l’analisi che lo cerca, fra l’arte e l’indagine intellettuale. Ma George non si limita a definire l’impasse di fondo in Nietzsche, egli crede anche di poter indicare una via d’uscita, proponendo retrospettivamente che l’impasse venga trasformata in una netta alternativa: piuttosto che cantare nel linguaggio della dissertazione razionale e dissertare nel linguaggio del canto, egli avrebbe dovuto cantare anziché parlare, vale a dire, essere un puro poeta come lo stesso George. La proposta di George ha origine dalla riserva che ha espresso nei confronti di Nietzsche: anziché presentare immagini e modelli esemplari, e rinunciare all’attività distruttiva dell’intelletto, “tu creasti divinità solo per distruggerle” (nella traduzione qui presentata: “sol per precipitarli Iddii creavi”). La critica di George riguardo all’esitazione di Nietzsche fra arte ed indagine intellettuale sembra trovare conferma in Nietzsche stesso, in quanto eco quasi letterale delle parole del filosofo nella tarda prefazione (1886) a La nascita della tragedia (1872). In questo “tentativo di autocritica” deplora il fatto di non essere stato abbastanza coraggioso, nella sua prima opera, da sperimentare un nuovo tipo di discorso, e di essere rimasto imprigionato nella categorie kantiane e schopenhaueriane anziché presentare le sue nuove intuizioni e valutazioni nel linguaggio della poesia. È in questo contesto che troviamo le parole che George ha adottato e leggermente modificato: “Avrebbe dovuto cantare, quest’«anima nuova» – e non parlare!” (par. 3) Ma questa corrispondenza quasi letterale fra Nietzsche e George è valida solo per un singolo aspetto della materia che stiamo considerando, cioè l’ammissione del distruttivo rapporto fra creazione ed analisi. Per il resto, l’accordo fra i due si spezza. Lo sfogo di Nietzsche si riferisce solo al suo primo libro. George invece rivolge la sua critica indiscriminatamente all’intera opera di Nietzsche. Ciò che è ancor più decisivo, pur avendo origine da questa differenza, è il contrasto fra le conseguenze dei due atteggiamenti. George vuole bandire la discrepanza fra poesia e riflessione semplicemente eliminando l’elemento distruttivo. Egli salta al di là dell’abisso e diventa un poeta. Nietzsche, per contro, riconosce questo antagonismo, e sebbene talvolta pensi che avrebbe potuto superarlo ne La nascita della tragedia, rimane inchiodato sull’orlo dell’abisso. La sua onestà intellettuale non gli permetterà di distogliere lo sguardo da esso, ancor meno di oltrepassarlo. Anche dopo il processo di autocritica, il canto non s’innalzerà libero dal discorso razionale, ed un mondo in cui bellezza e verità sono identiche rimane per sempre inaccessibile.
(da Nietzsche: Arte ed indagine intellettuale di Peter Pütz, in Nietzsche, imagery and thought: a collection of essays, di Malcolm Pasley) Traduzione a cura di Poesie in forma di rosa
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