Juan de la Cruz

 

 

 

“...

la fonte

 ...”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cantar del alma

que se huelga de conocer a Dio por la fe

(1578)

 

Qué bien sé yo la fuente que mana y corre,
aunque es de noche.
 

1. Aquella eterna fuente está escondida,
qué bien sé yo do tiene su manida,
aunque es de noche. 

2. Su origen no lo sé, pues no le tiene,
mas sé que todo origen de ella viene,
aunque es de noche. 

3. Sé que no puede ser cosa tan bella,
y que cielos y tierra beben de ella,
aunque es de noche. 

4. Bien sé que suelo en ella no se halla,
y que ninguno puede vadealla,
aunque es de noche. 

5. Su claridad nunca es oscurecida,
y sé que toda luz de ella es venida,
aunque es de noche. 

6. Sé ser tan caudalosas sus corrientes.
que infiernos, cielos riegan y las gentes,
aunque es de noche. 

7. La corriente que nace de esta fuente
bien sé que es tan capaz y omnipotente,
aunque es de noche. 

8. La corriente que de estas dos procede
sé que ninguna de ellas le precede,
aunque es de noche. 

9. Aquesta eterna fuente está escondida
en este vivo pan por darnos vida,
aunque es de noche.

10. Aquí se está llamando a las criaturas,
y de esta agua se hartan, aunque a oscuras
porque es de noche. 

11. Aquesta viva fuente que deseo,
en este pan de vida yo la veo,
aunque es de noche.
 

 

Canto dellanima

che gioisce di conoscere Dio attraverso la fede

(1578)

 

Io conosco bene la fonte che scaturisce e scorre,
benché sia notte.
 

1. Resta nascosta quell’eterna fonte,
ma io ben so dov’è la sua dimora,

benché sia notte.

2. L’origine non so, poiché ne è priva,
Ma ogni origine so che ne deriva,
benché sia notte.

3. So che non può esister cosa tanto bella,
e che cieli e terra bevono da quella,
benché sia notte.

4. So bene che in lei non si ritrova il fondo,
e che sondarla non può nessuno al mondo,
benché sia notte.

5. Il suo splendore non si oscura mai,
e so che è la sorgente d’ogni luce,
benché sia notte.

6. So che le sue correnti traboccanti,
inferni e cieli irrigano, e le genti,
benché sia notte.

7. La corrente che sgorga da questa fonte
ben so quanto è capace e onnipotente,
benché sia notte.

8. La corrente che da queste due procede
so che nessuna di quelle la precede,

benché sia notte.

9. Giace nascosta questa eterna fonte
in questo vivo pane per dare a noi la vita,

benché sia notte.

10. Sta qui, chiamando le creature,
che di quest’acqua si saziano, benché allo scuro,
perché ora è notte.

11. Questa fonte d’acqua viva cui anelo,
in questo pane di vita io la vedo,

benché sia notte.

 

 

 

 

 

Juan de la Cruz (Giovanni della Croce), al secolo Juan de Yepes Álvarez, nacque a Fontiveros, tra Salamanca e Avila, nella vecchia Castiglia, nel 1542. Il padre, Gonzalo de Yepes, era un nobile di origine toledana, diseredato dai ricchi genitori per aver voluto sposare Catalina Álvarez, una povera orfana, tessitrice di seta. Ultimo di tre figli, Juan perderà il padre in tenera età. Dopo un periodo trascorso in un collegio per orfani, grazie al suo impegno nello studio, Juan fu ammesso al Collegio  dei Padri della Compagnia di Gesù. Nel 1563, entrò nel Carmelo di Medina, prendendo il nome di fra’ Juan de Santo Matía (Giovanni di San Mattia). Nel 1564, iniziò gli studi teologici e filosofici all’Università di Salamanca. Scelse per sé una cella piccola e buia, solo perché godeva di una finestrella che guardava sul presbiterio della chiesa e vi passava lunghe ore assorto nella contemplazione del tabernacolo. Nel 1567, venne ordinato sacerdote e, di ritorno a Medina per la celebrazione della prima Messa, incontrò Teresa di Gesù (Teresa d’Avila), la quale aveva ottenuto il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perché fossero di aiuto alle monache da lei istituite. Giovanni fu conquistato dall’ideale di una riforma dell’ordine dei Carmelitani, promosso e portato avanti da Teresa, che propugnava un ritorno alla Regola primitiva: stretta clausura, povertà assoluta, rinuncia alla proprietà, nel tentativo di condurre una vita il più possibile vicina a quella degli antichi monaci del Monte Carmelo. Teresa, inoltre, aveva integrato le regole originarie con nuove pratiche, codificate nella sua “Costituzione, ed aveva stabilito che le monache dovessero camminare scalze, oppure sostituire le scarpe con sandali di legno o di cuoio.

Il 9 agosto 1568, Juan seguì Teresa a Valladolid per la fondazione del primo convento di Carmelitane Scalze e vi rimase fino ad ottobre, quando si trasferì a Duruelo (Segovia) dove, il 28 novembre, inaugurò il primo convento di Carmelitani Scalzi, e cambiò il suo nome in Juan de la Cruz.
Nel 1572, Teresa, che era stata nominata Priora di un grande monastero di suore carmelitane non riformate, lo chiamò per farsi aiutare in una vera opera di rieducazione spirituale; dal 1572 al 1577, assunse dunque la carica di Vicario e Confessore del monastero dell’Incarnazione di Avila. Da qui accompagnerà Teresa nella fondazione di diversi conventi di Carmelitani Scalzi, sul modello di quello di Segovia.

 Ma prima di ottenere l’approvazione della Riforma ed il riconoscimento dell’autonomia dei Carmelitani Scalzi da parte di Papa Gregorio XIII (1580), Teresa e i suoi amici dovettero subire una serie di persecuzioni da parte dell’Ordine Carmelitano non riformato dei Calzati. Teresa, oltre a non poter più fondare nuovi conventi, fu costretta a scegliere una sede fissa in cui risiedere, e scelse il convento di Toledo. Giovanni subì una sorte peggiore: considerato un ribelle, il 2 dicembre 1577 venne arrestato e trasferito nel carcere del convento dei Carmelitani Calzati di Toledo.
Fu rinchiuso in un bugigattolo scavato nel muro che era servito talvolta da latrina, ed era quasi del tutto privo di luce. Aveva solo una feritoia larga tre dita che dava su un’altra stanza. Solo a mezzogiorno Giovanni riusciva a leggere il breviario, l’unica cosa che gli avevano lasciato. Vi restò quasi nove mesi, a pane ed acqua, con un’unica tonaca senza poterla mai lavare, ricevendo ogni venerdì nel refettorio una violenta flagellazione. Ma fu proprio da quelle ore di sofferenza e di umiliazione, che scaturì la fonte della sua poesia spirituale. In carcere compose infatti, a memoria, alcune delle più belle poesie mistiche di tutti i tempi, fra cui quella che vi proponiamo in questa pagina.

Una notte, trascorsa la festa dell’Assunta, riuscì a fuggire dal carcere, in modo molto avventuroso, e si rifugiò nel monastero delle Carmelitane di Toledo, e poi in quello di Beas.

Nei quattordici anni successivi, ricoprì vari incarichi di superiore in diversi conventi e si dedicò alla composizione di poesie e di trattati di teologia mistica.

Ma verso la fine dei suoi giorni, a causa di nuove incomprensioni, questa volta fra i suoi stessi confratelli Scalzi, attraversò un altro periodo di profonda sofferenza e di doloroso abbandono. Finché, nel 1591, venne sollevato da tutti i suoi incarichi di responsabilità e trasferito in Andalusia, a Úbeda (Jaén). Intanto, si era ammalato gravemente e la morte si avvicinava. Giunse, infine, il 14 dicembre 1591. Juan aveva 49 anni. La sera prima, sul suo letto di morte, aveva interrotto le preghiere per gli agonizzanti chiedendo che gli venissero letti dei versetti del Cantico dei Cantici, ed ascoltandoli aveva mormorato: “Che perle preziose!. Poi, aveva baciato il crocefisso e aveva pronunciato in latino le sue ultime parole: “Signore, nelle tue mani affido il mio spirito”.

 

 

 

Immagine: “San Juan de la Cruz”, di fra’ Gerardo Lopez

Sottofondo musicale: “La fuente que mana y corre” (La fonte che scaturisce e scorre),

dall’album “Canciones del alma” (Canzoni dell’anima), di Amancio Prada (vedi nota sotto)

 

 

Amancio Prada, classe 1949, nasce a Dehesas (Spagna) ma studia sociologia alla Sorbona di Parigi. La sua passione è la musica, e sempre a Parigi debutta nel dicembre del 1973 in un’esibizione accanto a Georges Brassens. Dopo il primo album francese, torna in patria e diventa uno dei più apprezzati cantautori spagnoli.

Nel 1977 dedica il suo album “Cántico espiritual” al Cantico di San Giovanni Della Croce. Venticinque anni dopo riprende l’album, lo arricchisce di altre liriche basate sui testi del santo, ed incide “Canciones del alma”. Da quest’ultimo album è tratta “La fuente que mana y corre”.

 

  

 

           
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