Voce giunta con le fòlaghe
(da La bufera e altro)

di Eugenio Montale

 

Poiché la via percorsa, se mi volgo, è più lunga
del sentiero da capre che mi porta
dove ci scioglieremo come cera,
ed i giunchi fioriti non leniscono il cuore
ma le vermene, il sangue dei cimiteri,
eccoti fuor dal buio
che ti teneva, padre, erto ai barbagli,
senza scialle e berretto, al sordo fremito
che annunciava nell’alba
chiatte di minatori dal gran carico
semisommerse, nere sull’onde alte.

L’ombra che mi accompagna
alla tua tomba, vigile,
e posa sopra un’erma ed ha uno scarto
altero della fronte che le schiara
gli occhi ardenti e i duri sopraccigli
da un suo biocco infantile,
l’ombra non ha più peso della tua
da tanto seppellita, i primi raggi
del giorno la trafiggono, farfalle
vivaci l’attraversano, la sfiora
la sensitiva e non si rattrappisce.

L’ombra fidata e il muto che risorge,
quella che scorporò l’interno fuoco
e colui che lunghi anni d’oltretempo
(anni per me pesante) disincarnano,
si scambiano parole che interito
sul margine io non odo: l’una forse

ritroverà la forma in cui bruciava
amor di Chi la mosse e non di sé,
ma l’altro sbigottisce e teme che
la larva di memoria in cui si scalda
ai suoi figli si spenga al nuovo balzo.

– Ho pensato per te, ho ricordato
per tutti. Ancora questa rupe
tu tenta? Sì, la bàttima è la stessa
di sempre, il mare che ti univa ai miei
lidi da prima che io avessi l’ali,
non si dissolse. Io le rammento quelle
mie prode e pur sono giunta con le fòlaghe
a distaccarti dalle tue. Memoria
non è peccato fin che giova. Dopo
è letargo di talpe, abiezione

che funghisce su sé... –
Il vento del giorno
confonde l’ombra viva e l’altra ancora
riluttante in un mezzo che respinge
le mie mani, e il respiro mi si rompe
nel punto dilatato, nella fossa
che circonda lo scatto del ricordo.
Così si svela prima di legarsi
a immagini, a parole, oscuro senso
reminiscente, il vuoto inabitato
che occupammo e che attende fin ch’è tempo
di colmarsi di noi, ritrovarci...

 

 

           
Poesie a tema ~ Menu principale