~ Speciale ~

 

“Dieci poetesse, dieci storie, una poesia”

 

~ I parte ~

Comtessa de Dia

Christine de Pizan

Isabella Di Morra

Louise Labé

Elisabeth Barrett Browning

 

 

tutte le note biografiche sono

a cura di Elvira Marinelli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vissi una dura pena

 

di Comtessa de Dia (seconda metà XII secolo)

 

 

Vissi una dura pena

a causa d’un cavaliere che fu mio

e voglio che per sempre si sappia

con quale passione io l’amai.

Ahimé, ora vedo che sono tradita

perché non gli donai l’amore mio,

e ne ricevo grande tormento

sia che mi trovi a letto o che sia sveglia.

 

Vorrei tenere il mio cavaliere

nudo, per una notte intera, tra le mie braccia.

Vorrei di gioia tutto inondarlo

ed esser col mio corpo il suo cuscino

ché affascinata ne sono più di quanto

non fu di Florio Biancofiore:

a lui affido l’anima e l'amore

e il senno e gli occhi e l’esistenza mia.

 

Mio bell’amico, docile e piacente,

quando mai vi terrò in mio potere?

Protagonista della poesia femminile d’ispirazione cortese, Comtessa de Dia è tra le poche trovatrici di cui i canzonieri ci hanno tramandato alcuni testi.

 

 

La sua vita è avvolta nel mistero: esistono solo supposizioni sul periodo esatto in cui è vissuta e sul personaggio di cui è stata sposa.

 

 

Nonostante la brevità e la scarsità delle sue liriche d’amore pervenuteci, merita un ampio riconoscimento per la capacità di aver dato alla poesia trobadorica sensibilità esistenziale ed erotica.

 

 

 

Sono sola e sola voglio rimanere

 

di Christine de Pizan (c. 1365-1430)

 

 

Sono sola e sola voglio rimanere,

sola, mi ha lasciata il mio dolce amico,

sola, senza compagno né maestro,

sola, dolente e triste,

sola, nel languore della sofferenza,

sola, smarrita come nessun’altra,

sola, senza più amico.

Sola, alla porta o alla finestra,

sola, rannicchiata in un angolo,

sola, mi nutro di lacrime,

sola, inquieta o tranquilla,

sola, non c’è nulla di più triste,

sola, chiusa nella mia stanza,

sola, senza più amico.

Sola, ovunque e in ogni luogo,

sola, che io vada o che resti,

sola, più di ogni altra creatura,

sola, abbandonata da tutti,

sola, duramente umiliata,

sola, e spesso tutta in lacrime,

 sola, senza più amico.

Principi, è iniziata la mia pena:

sono sola, minacciata dal dolore,

sola, più nera del nero,

sola, senza più amico.

Christine de Pizan nacque a Venezia intorno al 1365, ma crebbe e si formò in Francia, dove il padre fu dapprima medico e astrologo alla corte di Carlo V, e in seguito suo consigliere personale. La ragazza ebbe così modo di accedere alla grande e ricca Biblioteca Reale, di frequentare personaggi ragguardevoli del mondo artistico e letterario francese, ospiti della corte, di conoscere e sposare Étienne de Castel, notaio e segretario del re. Alla morte prima del padre e poi del marito, Christine dovette affrontare da sola il mantenimento della madre e dei figli, e difficili problemi di ordine pratico e giuridico.

Già famosa come poetessa, da quel momento si dedicò alla composizione letteraria, scrivendo numerose opere su commissione in versi e in prosa.

La sua opera più significativa è La città delle Dame, dove la poetessa racconta di aver ricevuto da Ragione, Rettitudine e Giustizia, l’incarico di costruire una città abitata solo da donne: le più grandi eroine della mitologia e della storia, le più illustri poetesse e scienziate, le più importanti sante e martiri. Il libro, rivoluzionario per quei tempi,  attraverso i ritratti che la poetessa traccia delle sue eroine, diventa un’aperta sfida all’imperante misoginia del suo tempo.

Christine de Pizan morì nel 1430, forse a Poissy.

 

La poesia proposta è dedicata all’amato marito, che con la sua morte ha lasciato sola Christine. La ripetizione dell’aggettivo “sola” sottolinea con un ritmo ossessivo la disperazione della donna.

 

 

 

 

Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna

 

di Isabella Di Morra  (1520-1546)

 

 

Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,
o fiume alpestre, o ruinati sassi,
o ignudi spirti di virtude e cassi,
udrete il pianto e la mia doglia eterna.

Ogni monte udirammi, ogni caverna,
ovunque io arresti, ovunque io mova i passi;
ché Fortuna, che mai salda non stassi,
cresce ognor il mio mal, ognor l’eterna.


Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,
o fere, o sassi, o orride ruine,
o selve incolte, o solitarie grotte,
ulule e voi, del mal nostro indovine,
piangete meco a voci alte interrotte
il mio più d’altro miserando fine.


 

Nata a Favale, vicino a Matera, nel 1520, Isabella di Morra condusse una vita infelice nel castello di famiglia, una severa rocca a picco sul mare. Quando il padre, cui era molto affezionata, dovette emigrare e lasciarla con i sei fratelli, questi la segregarono nel castello impedendole qualsiasi contatto con l’esterno. L’unica consolazione fu per lei la lettura dei classici e la composizione di poesie. Dopo alcuni anni, il suo precettore le presentò don Diego Sandoval De Castro, un trovatore spagnolo stabilitosi nelle vicinanze. Quando i fratelli scoprirono la segreta relazione amorosa nata tra i due giovani, assassinarono entrambi con inaudita ferocia.

 

 

Le “Rime” dell’infelice poetessa seguono la tradizione petrarchista, ma sono intrise delle sue drammatiche vicende biografiche. In esse affiorano i temi dell’isolamento, della vana attesa del padre, del desiderio di evasione e della più desolante angoscia per una condizione ingiusta e senza speranza.

 

 

 

 

Non mi accusate, donne, d’aver amato

 

 

di Louise Labé (1524-1566)

 

 

Non mi accusate, donne, daver amato,

non condannatemi, donne cortesi

per lardore con cui tutta bruciai, anima e corpo,

né per le mille pene chebbi a soffrire

né per aver perduto in lacrime

così gran tempo. Imploro voi

di non rimproverarmi, solo questo chiedo.

Peccai, è vero, ma quale patimento!

Perciò non accrescete il mio tormento,

voi, che confidando nellAmore sperate

damar ed esser riamate

con gran passione

e più protette di me,

di me che vi auguro felicità e consolazione.

Louise Labé nacque a Lione intorno al 1524 e vi morì nel 1566.

Fu soprannominata la “Belle Cordière”, perché sia il padre che il marito erano cordai.

 

Visse una vita libera e spregiudicata in un ambiente, come quello lionese, raffinato, colto e culturalmente molto aperto.

 

Un aspetto originale e moderno della poesia di Louise, come si può leggere nel testo proposto, è il suo frequente rivolgersi alle dame lionesi nella ricerca di una forma di solidarietà femminile.

 

In prosa compose Disputa di follia e di amore, la cui originalità consiste nel taglio gioioso che Louise dà alla trattazione: per l’autrice, infatti, l’amore è gioia e riso, e la persona capace di amare è allegra e felice.

 

 

 

Se amarmi devi, per null’altro sia

di Elizabeth Barrett Browning (1806-1861)

 

Se amarmi devi, per null’altro sia

che per il gusto di amare. Non dire

Lamo per il sorriso – lo sguardo –

il suo gentil parlare, – per un curioso

modo di pensare che ben mi si accompagna

o perché un certo giorno seppe farmi godere.

Le cose possono tra loro scambiarsi, Amato,

o cambiare per te, e lamore così fatto

può di nuovo disfarsi. E non amarmi

per la cara pietà che la guancia mi asciuga,

odiosa potrebbe diventare

fino a farmi scordare il pianto e perderti così.

Amami per il gusto di amare, e sempre 

cresca in te, nelleternità dell’amore.

Nata a Durham nel 1806, visse con i genitori e i numerosi fratelli isolata in una casa di campagna fino al 1832, anno in cui, morta la madre, si traferì a Londra. Ebbe un’istruzione classica e iniziò giovanissima a comporre versi. La pubblicazione a Londra di alcune sue poesie le diede l’opportunità di corrispondere per lettera con alcuni importanti personaggi del panorama letterario inglese di quegli anni. In questo modo, nel 1844 conobbe il poeta Robert Browning (1812-1889). Due anni dopo lo sposò segretamente, contro la volontà del dispotico padre che si era opposto violentemente all’unione, e fuggì con lui in Italia, stabilendosi a Firenze. Qui i due ebbero un figlio e condussero una vita serena, reciprocamente sostenuti da amore e stima.

Elisabeth morì a Firenze nel 1861.

 

L’incontro tra Elisabeth e Robert

da Flush, biografia di un cane, di Virginia Woolf

 

Trascorsero aprile e i primi venti giorni di maggio. E poi, il 21 maggio, Madamigella Barrett si scrutò attentamente allo specchio; con arte squisita si adornò dei suoi scialli indiani; disse alla Wilson di accostar la poltrona, ma non troppo; diede un tocco a questo, a questaltro e a quest’altro ancora; e si levò a sedere eretta fra i cuscini. Flush le si accucciò ai piedi zitto zitto. Soli, insieme attesero. [...] Erano le due e mezzo; e mentre l’eco del rintocco moriva, un colpo rimbombò ardito alla porta di casa. Madamigella Barrett impallidì; ma non mosse dito. Anche Flush rimaneva immobile. Su per le scale salivano i paventati, gli spietati passi; su per le scale, Flush lo sapeva, saliva l’incappucciata e sinistra figura di mezzanotte, luomo intabarrato. Ora la sua mano era sulla porta. La maniglia si abbassò. Ed eccolo là. “Il signor Browning” disse la Wilson. Flush, che non perdeva docchio Madamigella Barrett, vide il colore rifluirle alle guance; vide i suoi occhi illuminarsi e le sue labbra schiudersi. “Signor Browning!” ella esclamò.

 

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