Due poesie di Erika Burkart

 

 

 Le grazie del quotidiano

Vedere, d’inverno,

alzarsi da un bosco una colonna di fumo

come se uno spirito

facesse a un altro un segno.

Non poter contare i gabbiani

sul campo di nebbia dissodato,

pensare al cammino dell’acqua,

al tempo delle pietre –

Entrare col gelo tra le ciglia

in una stanza dove arde il fuoco,

scaldarsi le mani sulla teiera,

dare ascolto al cuore

fuori di sé

per null’altro che la vita

così breve,

che ci ricorda che

prima che fosse tardi

abbiamo visto le stelle

Gemma, Capella,

rabbrividendo di notte

accanto alla stufa spenta

mentre il vento

batteva alla finestra

e in un cielo

come di ghiaccio chiaro

agli alberi cresceva

una corona di neve.

In memoria di Rainer Brambach

 

 

  Bianco

Nevica. Trascinata fuori,

nella neve, saprò trovarti;

all’incrocio dei venti si perdono

la strada del ritorno e la casa.

 

Sei dove la neve cade più fitta,

esci dai cespugli, scompari nei tronchi,

ti avvicini, ti allontani. Tra i fiocchi che cadono

vedo le tue sopracciglia, gli aghi di pino.

 

Nell’aria il fruscio

della neve. Il cielo aspira,

schiude i rami, rinserra squarci di nebbia,

ogni fiocco l’impronta di una stella.

 

La neve mi arriva alla bocca,

ci unisce, ci separa,

non ha sapore, soffoca ogni grido;

Bianco. Il colore più antico. Brucia.

 

 

 

 

 

Immagini: “Notte d’inverno al chiaro di luna”, (1942);

“Betulle bianche nella neve”, (1931), di Maxfield Parrish

 

 

 

Erika Burkart è una poetessa svizzera, nata nel 1922. Scrive di lei Annarosa Azzone Zweifel: «Al centro del mondo poetico burkartiano c’è il grande tema della natura. Naturlyric dunque, che pur richiamandosi alla tradizione del Romanticismo tedesco, si sviluppa a livelli diversi. Primo livello è la capacità di cogliere la bellezza della natura: l’incanto della neve che cade, il volo degli uccelli, il silenzio delle notti invernali. Una prima espansione di questo livello si ha quando all’immagine esterna segue l’evocazione di uno stato del sentimento: lo scomporsi e il ricomporsi della memoria, le lacerazioni affettive e i lutti, lo spaesarsi continuo dell’identità tra il mondo del reale, con le sue ferite e le sue aporie, e il mondo perduto di una felicità primigenia nel grembo della natura. La dimensione vera e più profonda di questo canto della natura è quella di una “comunione silenziosa secolarizzata” (come osserva Ernst Halter, compagno di vita ed esegeta della poetessa). Le liriche più intense di Erika Burkart sono espressione di un rapporto mistico, di un’osmosi dell’io con la natura. Ma l’uomo ha reciso il legame con la natura e le si è rivoltato contro, trasformando il progresso in uno strumento di devastazione. Parlare di alberi oggi non significa più una colpevole evasione, ma atto d’accusa. La poesia della natura diventa così lirica “politica”, acquista lo statuto di una “potente Dichiarazione dei diritti della Creazione” (Ernst Halter)».

 

 

 

           
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