Il Gatto Murr

da Punti di vista e considerazioni del gatto Murr, di E.T.A. Hoffmann, 1820

Immagine nella grafica: Psyche (1975), di Leonor Fini

(grazie a Shivabel per questo contributo)

 

 

Il Gatto Murr s’innamora

per ascoltare il brano che racconta come

il Gatto Murr s’innamorò della Gatta Mimì

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La Gatta Fanchette

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la gatta Fanchette partorì tre gattini

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L’apparizione della Gatta Bianca

                    Illustrazione di Adrienne Ségur                                                                                                               

(grazie a Shivabel per questo contributo)

 

 

 

 

 

 

 

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.
 

Cesare Pavese

 

The cats will know

Vittorio Corcos (1859-1933), “Il nuovo gattino”

 

 

 

 

 

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole – 
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi più non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

10 aprile 1950

da

 

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

(11 marzo - 11 aprile 1950)

 

I gatti sono diversi.

Sono tipetti indipendenti, hanno la loro vita

e le loro idee e si fanno i fatti loro

senza chiedere il permesso a nessuno.

 

Deric Longden,

Il gatto che venne dal freddo, 1991

 

 

 

Georges Brassens
(chansonnier francese, 1921-1981)

 

dalla canzone Il Testamento, 1955

 

 

Voglia Iddio che la mia vedova si addolori

sotterrando la sua metà

e che per piangere

delle cipolle non senta la necessità…

 

Con uno sposo della mia taglia

in seconde nozze si mariti:

potrà approfittare delle mie scarpe,

le mie pantofole ed i miei vestiti.

 

Che beva pure il mio vino, che ami pure mia moglie,

fumi pure la mia pipa e il mio tabacco,

ma che non osi mai – per l’anima mia!

che non osi mai maltrattare il mio gatto.

 

Anche se in me non c’è né un atomo

né un’ombra di malvagità,

se maltratta il mio gatto,

c’è un fantasma che lo perseguiterà.

Se maltratta il mio gatto,

c’è un fantasma che lo perseguiterà.

Traduzione a cura di Poesie in forma di rosa

 

 

Perché i democratici non amano i gatti,

è facile indovinarlo.

 Il gatto è bello;

rivela idee di lusso,

di pulizia,

di voluttà, ecc...

 

Charles Baudelaire, Razzi, XIII, 19,

da Il mio cuore messo a nudo e altri progetti, 1862

 

Traduzione di Giuseppe  Montesano

 

 

Pablo Neruda

 

 

 

Ode al gatto

 

 

 

da Navigazioni e ritorni, 1959

 

 

 

Traduzione di Roberto Paoli

Henriette Ronner-Knip (1821-1909), “La cucciolata felice”

 

Gli animali furono
imperfetti, lunghi
di coda, plumbei
di testa.
Piano piano si misero
in ordine,
divennero paesaggio,
acquistarono nèi, grazia, volo.
Il gatto,
soltanto il gatto
apparve completo
e orgoglioso:
nacque completamente rifinito,
cammina solo e sa quello che vuole.
 
L’uomo vuol essere pesce e uccello,
il serpente vorrebbe avere ali,
il cane è un leone spaesato,
l’ingegnere vuol essere poeta,
la mosca studia per rondine,
il poeta cerca d’imitare la mosca,
ma il gatto
Vuole solo esser gatto
ed ogni gatto è gatto
dai baffi alla coda,
dal fiuto al topo vivo,
dalla notte fino ai suoi occhi d’oro.
 
Non c’è unità
come la sua,
non hanno
la luna o il fiore
una tale coesione:
è una sola cosa
come il sole o il topazio,
e l’elastica linea del suo corpo,
salda e sottile, è come
la linea della prua di una nave.
I suoi occhi gialli
hanno lasciato una sola
fessura
per gettarvi le monete della notte.
 
Oh piccolo
imperatore senz’orbe,
conquistatore senza patria,
minima tigre da salotto, nuziale
sultano del cielo
delle tegole erotiche,
il vento dell’amore
all’aria aperta
reclami

 

quando passi
e posi
quattro piedi delicati
sul suolo,
fiutando,
diffidando
di ogni cosa terrestre,
perché tutto
è immondo
per l’immacolato piede del gatto.
 
Oh fiera indipendente
della casa, arrogante
vestigio della notte,
neghittoso, ginnastico
ed estraneo,
profondissimo gatto,
poliziotto segreto
delle stanze,
insegna
di un
irreperibile velluto,
probabilmente non c’è
enigma
nel tuo contegno,
forse non sei mistero,
tutti sanno di te ed appartieni
all’abitante meno misterioso,
forse tutti si credono
padroni,
proprietari, parenti
di gatti, compagni,
colleghi,
discepoli o amici
del proprio gatto.
 
Io no.
Io non sono d’accordo.
Io non conosco il gatto.
So tutto, la vita e il suo arcipelago,
il mare e la città incalcolabile,
la botanica,
il gineceo coi suoi peccati,
il per e il meno della matematica,
gl’imbuti vulcanici del mondo,
il guscio irreale del coccodrillo,
la bontà ignorata del pompiere,
l’atavismo azzurro del sacerdote,
ma non riesco a decifrare un gatto.
Sul suo distacco la ragione slitta,
numeri d’oro stanno nei suoi occhi.

 

Paul Klee, “Gatto e uccello” (1928)

– Ma io non voglio andare tra i matti, – osservò Alice.

– Ma qui non se ne può fare a meno, – disse il Gatto,

– siamo tutti matti. Io sono matto. Tu sei matta.

– Come fai a sapere che sono matta? – chiese Alice.

– Devi esserlo per forza, – disse il Gatto, – altrimenti non saresti venuta qui.

Alice pensò che quella non era affatto una prova; tuttavia continuò,

– E come fai a sapere che sei matto?

       Tanto per cominciare, – disse il Gatto,

– un cane non può essere matto. Su questo sei d’accordo?

– Suppongo di sì, – disse Alice.

       Dunque, un cane ringhia quando è arrabbiato, e scodinzola quando è contento.

Ora io invece ringhio quando sono contento, e scodinzolo quando sono arrabbiato.

Dunque sono matto.

– Di un gatto io direi che fa le fusa, non che ringhia, – disse Alice.

       Di’ quello che ti pare, – disse il Gatto.

 

Lewis Carroll, Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie, cap. VI, 1865

 

Traduzione di Bianca Tarozzi

 

 

 

Henri Rousseau (Le Douanier), “Il gatto-tigre”

Jorge Luis Borges

 

A un gatto

 

da L’oro delle tigri, 1972

 

Non sono più silenziosi gli specchi

Né più furtiva è l’alba avventurosa;

Sotto la luna, sei quella pantera

Che ci è dato di scorgere da lontano.

Per forza indecifrabile di un decreto

Divino, ti cerchiamo vanamente;

Più remoto del Gange e del ponente,

Tua è la solitudine, tuo il segreto.

La tua schiena condiscende alla lenta

Carezza della mia mano: hai tollerato

Fin da un’eternità ch’è quasi l’oblio ormai

L’amore della mano diffidente.

In altro tempo sei. Sei il padrone

Di un ambito sbarrato come un sogno.

 

Traduzione di J. Rodolfo Wilcock e Livio Bacchi Wilcock

 

 

 

Balthus, “Il gatto del Mediterraneo” (1949)

È una cosa davvero terribile e meravigliosa al tempo stesso,

se queste due parole hanno un significato preciso.

Terribile evoca immagini di enormi belve con le fauci spalancate o di psicopatici scontrosi;

 meraviglioso richiama una principessa dai capelli di seta

e una rosa senza spine.

Tutt’e due le parole possono evocare un gatto.

Di certo sia l’una sia l’altra suggeriscono

il grande Re dei Gatti,

 una creatura nota quasi esclusivamente agli studiosi dell’oscura mitologia celtica,

che secondo Robert Graves governava

«da un trono d’argento vecchio»

da cui dava «risposte ingiuriose ai postulanti

che cercavano di ingannarlo».

Senza dubbio lui o lei spiegano in parte

la natura androgina del Gatto dagli Stivali

ed è stato lui, o lei, l’antenato

o antenata della prima favola di Cenerentola,

«Il Gatto Cenerentola», che è un retaggio popolare

dell’antica leggenda del gatto amico di Astarte,

la crudele dea madre che regnava un tempo sulla Sumeria.

Tra le vestigia dell’antica religione misterica greca

vi è l’identificazione della dea Diana con una gatta.

 Da tempi immemorabili le streghe hanno riconosciuto

come demone al loro servizio un gatto maschio.

E, naturalmente, c’erano i gatti egiziani, la maggior parte dei quali vennero mummificati

e sono rimasti fino a oggi accatastati

negli scantinati dei musei.

 

Whitley Strieber, L’ombra del gatto, 1986

 

 

 

Pablo Picasso, “Gatto che divora un uccello” (1939)

 

 

Stava ancora coccolando il gatto.

 « Povero impiastro,» disse, grattandogli la testa,

« povero impiastro senza nome.

È una piccola seccatura, il fatto che non abbia un nome.

Ma io non ho il diritto di darglielo,

dovrà aspettare fino a quando non apparterrà a qualcuno.

Ci siamo incontrati un giorno per caso vicino al fiume,

non apparteniamo l’uno all’altra;

e lui è indipendente, come me… »

 

Truman Capote, Colazione da Tiffany, 1959

 

 

Traduzione di Bruno Tasso

Pierre-Auguste Renoir, “Donna con gatto” (1875)

 

Julian Alden Weir, “La piccola Lizie Lynch” (1910)

Eugenio Montale

 

Di un gatto sperduto

 

da Quaderno di quattro anni, 1977

 

 

Il povero orfanello

non s’era ancora inselvatichito

se fu scacciato dal condominio

perché non lacerasse les moquettes con gli unghielli.

Me ne ricordo ancora passando per quella via

dove accaddero fatti degni di storia

ma indegni di memoria. Fors’è che qualche briciola voli per conto suo.

 

 

 

E Alice tolse la Regina Rossa dal tavolo

e la mise davanti alla gattina come modello da imitare;

la cosa però non ebbe successo,

principalmente, disse Alice,

perché la gattina non voleva incrociare

le zampe come si deve.

Così, per punirla, la sollevò

 e la mise davanti allo Specchio,

affinché vedesse che aria torva aveva.

 – E se non fai la brava immediatamente, – aggiunse,

– ti faccio passare di là nella Casa dello Specchio.

 

Lewis Carroll

 

Attraverso lo Specchio, cap. I, 1871

 

 

Traduzione di Margherita Bignardi

Balthus, “Il gatto allo specchio III” (1989-94)

 

Il nostro caro Jorge Luis Borges e il suo Beppo

Jorge Luis Borges

 

Beppo

 

da La cifra, 1981

 

Il gatto bianco e celibe si guarda

nella lucida lastra dello specchio

e sapere non può che quel candore

e le pupille d’oro non vedute

mai nella casa sono la sua immagine.

Chi gli dirà che l’altro che l’osserva

è solamente un sogno dello specchio?

Penso che questi armoniosi gatti,

quello di vetro e quello a sangue caldo,

sono fantasmi che regala al tempo

un archetipo eterno. Così afferma

Plotino, ombra lui pure, nelle Enneadi.

Di che Adamo anteriore al paradiso,

di che divinità indecifrabile

siamo noi uomini uno specchio infranto?

 

Traduzione di Domenico Porzio

 

 

Fu presto notato che quando c’era lavoro da fare

il gatto era introvabile.

Spariva per ore intere per riapparire al momento dei pasti

e la sera a lavoro terminato, come se niente fosse stato.

Ma portava sì eccellenti scuse e faceva le fusa tanto gentilmente

che era impossibile non credere alle sue buone intenzioni.

 

George Orwell, La fattoria degli animali, 1945

 

Traduzione di Bruno Tasso

 

 

 

Wisława Szymborska

 

Il gatto di un appartamento vuoto

 

da La fine e l’inizio, 1993

 

Traduzione di Pietro Marchesani

Pierre-Auguste Renoir, “Gatto che dorme” (1862)

 

Morire – questo a un gatto non si fa.

Perché cosa può fare il gatto

in un appartamento vuoto?

Arrampicarsi sulle pareti.

Strofinarsi contro i mobili.

Qui niente sembra cambiato,

eppure tutto è mutato.

Niente sembra spostato,

eppure tutto è fuori posto.

E la sera la lampada non brilla più.

 

Si sentono passi sulle scale,

ma non sono quelli.

Anche la mano che mette il pesce nel piattino

non è quella di prima.

 

Qualcosa qui non comincia

alla sua solita ora.

Qualcosa qui non accade

come dovrebbe

 

Qui c’era qualcuno, c’era,

e poi d’un tratto è scomparso

e ostinatamente non c’è.

In ogni armadio si è guardato.

Sui ripiani si è corso.

Sotto il tappeto si è controllato.

Si è perfino infranto il divieto

di sparpagliare le carte.

Cos’altro si può fare.

Aspettare e dormire.

 

Che provi solo a tornare,

che si faccia vedere.

Imparerà allora

che con un gatto così non si fa.

Gli si andrà incontro

come se proprio non se ne avesse voglia,

pian pianino,

su zampe molto offese.

E all’inizio niente salti né squittii.

 

 


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